«Dopo anni di Vivere, ora sono la colta Artemisia»

RomaFuori della norma. Ma dentro la storia. E un nome che racchiude tutto: «Al punto che chiunque lo senta, quel nome, subito pensa ad una donna speciale. Colta e talentuosa, coraggiosa e ribelle. Tanto vera da sembrare inventata. Insomma: il ruolo ideale per qualsiasi attrice». Ed è proprio interpretando Artemisia Gentileschi - la pittrice caravaggesca cui Milano dedica in questi giorni una grande mostra al Palazzo Reale - che Sara Ricci ha realizzato un suo ideale d’interprete. Resa popolare da Vivere, la soap Mediaset in cui ha militato per sei anni, l’attrice romana ha infatti da poco vestito i tormentati panni della Gentileschi in Artemisia: storia di una passione, docu-fiction che ripercorre l’arte, la vita e il mito della singolarissima artista, e che Sky Arte trasmetterà fra breve.
«Confesso: prima d’interpretarla non conoscevo bene Artemisia - ammette lei -. Ho scoperto così non solo una grande pittrice (in un’epoca che non riconosceva alla donna alcun ruolo sociale, figuriamoci artistico), ma soprattutto una gran donna. Ne passò di tutti i colori: lo stupro patito ad opera di Agostino Tassi, pittore e collega del padre, che sviluppò in lei il senso della ribellione; il famoso processo che ne seguì, che le accrebbe la tenacia; la perdita di tre figli, che accentuò il lato drammatico».
Una sorta di proto-femminista, dunque?
«No, questa mi sembra una definizione riduttiva. Diciamo semplicemente una gran donna. Che aveva il coraggio di fare un mestiere che sembrava destinato solo agli uomini, che imparò a vivere senza l’aiuto degli uomini, e infine accusò tutti gli uomini che l’avevano sfruttata. Padre e fratelli compresi».
Insomma: una dimensione culturale molto diversa da quella che per sei anni lei ha frequentato sul set di «Vivere».
«Si, lo so: l’ambiente del cinema, e anche quello della tv, in genere guardano con sufficienza al mondo delle soap. Io stessa - laureata in lettere e cinema, formatami con Peter Brook e il Living Theatre - all’inizio ero un po’ perplessa. E invece è stata una grande esperienza professionale. Ho imparato a sfruttare tutte le tecniche. E a farlo in fretta a causa dei ritmi forsennati della produzione. Qualche difficoltà nella soap l’avevo solo nel seguire le trame. Lo riconosco: quelle sono complicate perfino per chi deve interpretarle».
Ma la lunga militanza nei panni di Adriana Gherardi ha facilitato o limitato la sua carriera?
«E’ l’eterno problema dei ruoli-fiume. Sono molto utili all’inizio; più per le donne che per gli uomini, devo dire, che meno di noi ne restano imprigionati. Ma un attore è colui che, per definizione, cambia personaggio. E certo interpretare sempre lo stesso per sei anni genera, almeno, il rischio ripetitività. Finisce che ci vivi insieme, come una seconda pelle. Finché la pelle non ho deciso finalmente di cambiarla».
Con quale altra?
«Con quella di una vedova che piano piano s’innamora del vedovo che, insieme a lei, quotidianamente porta i fiori sulla tomba del proprio coniuge in Cuori di pietra, cortometraggio di Francesco Gorlero, presente alla Festa del Cinema di Roma. E con quella dell’ex fidanzata romantica che, in procinto di sposarsi, deve disilludere il suo ex fidanzato, in Cara ti amo, film opera prima di Giampaolo Vallati, in uscita l’8 ottobre, con Angelo Orlando, Luciano Scarpa, Alessandro Procoli e Massimiliano Franciosa».