«Un anno ancora, poi rifaccio le valigie»

Quello che ti colpisce per prima cosa di Alessio, negli Stati Uniti, dove ha lavorato per più di cinque anni, si chiamerebbe understatement. Insomma, è modesto Alessio Filippetti. Nonostante all’età di 41 anni abbia alle spalle un curriculum da genio, risultati che in Giappone o a Singapore sono alla base delle piccole-grandi rivoluzioni nel campo della microelettronica. Fisico teorico, prima ricercatore all’Università di Davis, California, e poi a quella di Santa Barbara, Alessio ha prodotto una cinquantina di pubblicazioni internazionali e ha contributo ad altrettante conferenze internazionali. In Italia, scaduto il programma «cervelli» col quale era rientrato nel 2003, oggi lavora all’Università di Cagliari, dove lo pagano 1.500 euro al mese. E la stabilizzazione, al momento, sembra una chimera.
Scoraggiato?
«Direi rassegnato. Non sono deluso perché non mi ero mai illuso. Ero tornato in Italia con un po’ di scetticismo, sapevo come funzionano le cose qui. Ma in fondo avevo qualche speranza. Ora mi do un anno di tempo, se le cose non si sbloccano, faccio le valigie e riparto».
Ripartirebbe a malincuore?
«I sentimenti sono contrastanti. All’Italia devo il merito della mia formazione, che è stata di buon livello al liceo e di alta qualità alla Sapienza di Roma. Ma dopo...Il sistema è ancora troppo chiuso».
Che significa sistema «chiuso»?
«Il sistema è incastonato in una staticità. In Italia fai la tua trafila di dieci anni all’università e morirai lì. In America c’è grande apertura: chi fa il dottorato da una parte, poi concorre dall’altra».
Si chiama meritocrazia?
«Sì, il sistema negli Stati Uniti ma in molte altre realtà europee, è fatto apposta per esaltare l’entusiasmo dei ricercatori, per favorire l’organizzazione del lavoro, per dare un trattamento economico adeguato».
E invece in Italia?
«Invece qui c’è una tendenza corporativa, si tende a conservare le proprie posizioni di privilegio. Ognuno difende quello che ha».
Ce l’ha con gli altri aspiranti?
«Per niente, anzi capisco. Qualcuno è pure meritevole. Per anni fa una trafila e il nostro arrivo sembra che sparigli le carte».
E invece...
«Invece dovremmo essere solo considerati risorse per il Paese e per il mondo accademico. Il paradosso italiano è che si spende tanto per la formazione, ma poi si costringono i meritevoli ad andare all’estero quando diventano produttivi. E chi decide non risponde delle scelte sbagliate».
In America i «baroni» non ci sono?
«Lì c’è un sistema di responsabilità oggettiva. Se il lavoro non è produttivo, la prima testa che salta è quella del capo del dipartimento. I capi non sono i più protetti ma i più esposti».
Allora si rifanno le valigie? E per dove?
«Sto pensando all’Europa, ma stiamo a vedere che succede».