Un anno secondo la Bibbia: come vivere senza peccare

«Quando iniziai a rispettare tutte le prescrizioni bibliche mia moglie accettò il progetto con un sospiro sconsolato»

Un anno. Un solo anno. Eppure il più lungo della tua vita e certo il più ricco di sorprese. Soprattutto se ti sei messo in testa di condurre un esperimento che due millenni fa avrebbe potuto avere un certo successo ma che al giorno d’oggi è qualcosa che rischia di far deragliare la tua intera esistenza: vivere alla lettera i precetti della Bibbia, senza mai transigere nemmeno su quelli più piccoli. Vedere se ce la fai. Se è possibile.
Da buon americano, A.J. Jacobs ha affrontato la sfida con determinazione, forse pensando ai diritti d’autore che negli Stati Uniti premiano di frequente coloro che si prestano in prima persona a «verificare sul campo» gli stili di vita più eccentrici. E alla fine dei dodici mesi ha consegnato al suo editore Simon & Schuster la cronistoria di come gli è andata: The Year of Living Biblically (Un anno vissuto secondo la Bibbia, pagg. 388, euro 20,98).
«Quando iniziai a rispettare tutte le prescrizioni bibliche, dai dieci comandamenti a quelle conosciute soltanto dagli studiosi» ha scritto l’autore, «mia moglie accettò il progetto con un sospiro sconsolato. Parenti e amici mi dissero sarei diventato un primitivo e che sarei finito in un monastero o da qualche parte nei dintorni di Gerusalemme». Senza contare il rischio, da lui stesso puntualmente riscontrato, di trasformarsi in un fanatico fondamentalista. Leggendo il suo minuzioso racconto, però, sembra che nel complesso Jacobs si sia divertito molto, sebbene non si possa affermare che l’esperimento abbia avuto esito positivo: troppi dettami del Libro sacro si sono mostrati inapplicabili o passabili di essere fraintesi fino all’impasse. In pratica, non c’è stato giorno senza un peccato o un’omissione.
«Non uccidere»? «Non desiderare la moglie del tuo prossimo»? «Crescete e moltiplicatevi»? Per Jacobs, che di professione fa il giornalista a Manhattan, lo scoglio iniziale è stato l’ottavo comandamento: non dire bugie. Cioè, nella versione più estesa, non pronunciare falsa testimonianza e non fare gossip. Il fatto che anni prima avesse tentato di vivere dicendo quello che gli passava per la mente senza mai censurarsi - il resoconto dell’impresa, dal titolo Penso che tu sia grassa, riuscì a venderlo alla rivista Esquire - non lo ha aiutato. Il numero di bugie in un anno è stato «impressionante» nel lavoro come nel privato (pure col figlio: «No, non possiamo vedere la televisione, è rotta»). Per quanto riguarda invece il «non commettere adulterio», lasciamo al lettore il piacere di scoprire come la cavia biblica se l’è cavata, ricordando che la città di New York - per citare Jay McInerney - sta alla monogamia come il telecomando sta alla lettura di un libro.
Ma altri, pur meno importanti, sono i precetti che hanno messo in crisi effettiva la quotidianità di Jacobs. «Le tue vesti siano bianche in ogni tempo» (Ecclesiaste 9:8) lo ha fatto camminare per Manhattan vestito d’estate come per una semifinale di Wimbledon e d’inverno come un batuffolo di cotone. La cosa, lungi dal metterlo a disagio, lo ha fatto sentire «leggero, felice, puro». Peggio gli è andata con «non taglierai ai lati la tua barba» (Levitico 19:27). Dopo poche settimane Jacobs si è ritrovato con una barba rabbinica di difficile gestione, oltre che iscritto senza consenso alla invisibile ma estesa Confraternita dei Barbuti, piena di tic particolari e occhiate d’intesa sui mezzi pubblici. La sua barba, sempre più lunga, prese a ricevere sempre più spesso carezze di accertamento da parte degli sconosciuti (poliziotti aeroportuali compresi), «un po’ come il muso di un Labrador o la pancia di una donna incinta».
Se piantare una tenda nel salotto di casa, seguire la dieta di Ezechiele (ringraziando Dio dopo ogni pasto), distribuire soldi a vedove e orfani, non indossare insieme lana e lino, avere scambi intellettuali coi creazionisti, sono state tutto sommato prove facili da superare - e «rispetta il Sabato» è arrivato come un dono dal Cielo per un tossicodipendente dal lavoro come Jacobs - altri dettami gli hanno tuttavia creato molta ansia e confusione.
Come è possibile, in una metropoli, evitare di «sedersi dove si è seduta una donna mestruata» (Levitico 15:20)? E come «lapidare chi commette blasfemia» (Levitico 20:27) o adulterio, senza incorrere in problemi penali? Contando poi che la Bibbia «non indica la dimensione delle pietre da usare»?
In quest’ultimo caso ne è uscita una scena esilarante. Jacobs sta camminando nell’Upper West Side alla ricerca di un peccatore da lapidare. Incontra un settuagenario che davanti ai suoi occhi ammette candidamente di vivere nella colpa: «Sì, ho commesso adulterio: stanotte, ieri, domani. Due settimane fa. Vuoi lapidarmi?», «Se fosse possibile...», «Ragazzo, provaci e ti prenderai un bel cazzotto sul grugno». Tornato a casa ancora tutto intero, Jacobs aggiunge al suo diario: «Prenderla letteralmente non è il miglior modo di vivere la Bibbia». E poi si sforza di preparare la cena: pane di Ezechiele. Vale a dire grano, orzo, fave, lenticchie, miglio e spelta, da cuocersi, se si è colpevoli, sopra escrementi umani, come fece appunto Ezechiele.
«Ma io», scrive Jacobs, «non mi sentivo troppo colpevole».