Un anno visto dal buco della serratura

Un anno vissuto pericolosamente, con l’occhio incollato al buco della serratura, con Novella 2000 soppiantata dai quotidiani più seriosi, con le procure tornate ai fasti di Tangentopoli quando arresti e avvisi di garanzia avevano riportato in auge il vecchio detto secondo cui ne uccide più la parola che la spada. Qui il killer non sono nemmeno più le manette, ma le intercettazioni. Il clou delle ordinanze di custodia non sono i dispositivi, ma le centinaia di pagine di telefonate trascritte. Dieci anni fa i giornali pubblicavano i verbali, cioè le confessioni: sotto i riflettori dei pm i vasi di Pandora si spaccavano e traboccavano veleni. Oggi no, come ammette mestamente Francesco Saverio Borrelli oggi non confessa più nessuno. E allora giù con le intercettazioni, con le confessioni preventive, con le chiacchiere da bar (o da bordello) captate ai telefonini e nelle alcove. La privacy? La presunzione d’innocenza? Un lusso che non ci si può permettere.
Un anno pericoloso. Cominciato con l’affare Unipol-Bnl-Bpi, un’inchiesta su uno scandalo finanziario che ha finito per svelare l’intreccio di rapporti tra Ds e coop, le amicizie con gli immobiliaristi, i politici che chiedono se «abbiamo una banca», i distinguo tra «compagno C» (cioè Consorte, «amico e manager di grande valore», disse Massimo D’Alema) e «compagno G» (cioè Greganti), i 50 milioni di euro per le consulenze dei vertici Unipol, i «furbetti del quartierino» che tentano di scalare il Corriere ma finiscono dietro le sbarre. La tecnica prende corpo: partono le indagini, scattano le intercettazioni che poi arrivano nelle redazioni, infine gli arresti, quando le paginate di trascrizioni hanno già distrutto gli indagati. E tanto meglio se poi dall’alveo principale dell’inchiesta si diramano i rigagnoli maleodoranti delle miserie umane, dove i reati sono spesso più presunti che reali.
Dalla finanza al calcio, con l’immane fatica di ascoltare e trascrivere le oltre 400 telefonate quotidiane di Luciano Moggi. In questo caso i pm avevano già programmato l’arresto dopo i Mondiali di calcio, ma soprattutto dopo che lo tsunami di fango pedatorio ha travolto tutto e tutti. Le sbobinature in prima pagina hanno un potere straordinario, molto più che il carcere o la condanna decisa da una corte. Più efficace la gogna che il processo. E allora giù con gli arbitri venduti e cornuti, gli orologi regalati, le puttane reclutate, le Maserati per gli amici e le Fiat per gli amici degli amici, le scommesse dei giocatori, le partite decise al telefono, le distribuzioni di viaggi e biglietti. Che cosa c’entra con l’inchiesta se quel gangster di Moggi regala gadget? Praticamente nulla. Ma tutto è registrato, trascritto e stampato prima ancora che il pm decida se inserirlo nel fascicolo processuale.
Ed ecco l’apoteosi intercettatoria, quella del «re porcone». Un’inchiesta «delicatissima» dice il gip di Potenza Alberto Iannuzzi, «durata due anni», «motivata dalle 2000 pagine che costituiscono il provvedimento». E che contengono un’infinità di dialoghi intercettati. Il filone principale dell’indagine (presunta associazione a delinquere per la gestione di macchine da gioco nei casinò) è dilagato in mille rivoli: l’oscuramento di siti internet, le mazzette alle forze dell’ordine, le abitudini sessuali di Vittorio Emanuele. E da lì i contatti con altri personaggi che consentono mille altre intercettazioni. Le raccomandazioni alla Rai, la «concussione sessuale» del portavoce di Fini, i voti al centrodestra in cambio di favori, le chiacchierate con Vespa, i conti in Lussemburgo di D’Alema. Tutto presunto. E tutto condito dal turpiloquio spiattellato sui giornali perché, dice sempre il gip Iannuzzi, «le parole e il tono utilizzate dal Savoia e dal Narducci appaiono emblematici della loro personalità».
Un anno pericoloso. Che potrebbe diventare pericolosissimo. Il guardasigilli Clemente Mastella tuona: «Basta con questo Grande fratello, interverrò». L’ex pm Antonio Di Pietro dubita del reato di concussione sessuale. Il resto del governo non si sbilancia ancora. Tace anche Stefano Rodotà, l’ex garante della privacy che in questi giorni preferisce occuparsi di referendum come costituzionalista. Ma il segretario dell’Associazione nazionale magistrati è preoccupatissimo: «Gli abusi possono travolgere le indagini». E l’ex capo del pool Mani pulite ora senatore dei Ds, Gerardo D’Ambrosio, giudica «eccessivo» l’uso di pubblicare intercettazioni che sono state stralciate dall’autorità giudiziaria: «Bisogna conciliare il diritto del cittadino alla segretezza delle proprie conversazioni, con l’esigenza di giustizia che trova una sua disciplina nel Codice di procedura penale». Sante parole. Che però non ricordiamo avesse pronunciato quando indossava la toga. Avremmo dovuto intercettarle.