Annoia il documentario voluto dalla Cgil

da Venezia

Noioso ma fascinoso - è antico - il documentario di Joris Ivens L’Italia non è un paese povero, che gli fu commissionato dall’Eni di Enrico Mattei nel 1959; noioso e non fascinoso - contemporaneo - il documentario di Daniele Vicari Il mio paese, che vi si ispira, ne riprende brevi brani e gli è commissionato dalla Cgil. Esso viene presentato oggi alla Mostra di Venezia e offre qualche spunto di riflessione, non solo perché al film di Ivens collaborarono Brass, Moravia, Valentino Orsini e i Taviani (la voce era di Enrico Maria Salerno). Innanzitutto, se la Rai Tv lo trasmise in versione ridotta e in tarda serata a metà estate 1960, non fu perché il presidente del Consiglio, Tambroni, era «appoggiato dai neofascisti del Msi», come sostiene la cartella stampa. Quando il documentario fu tagliato e trasmesso (titolo: Frammento di un film di Joris Ivens), Tambroni s’era infatti ormai dimesso. No, la ragione della semicensura è che Ivens mostrava l’arretratezza, più che lo sviluppo del Paese e ciò alla Dc, incluso Mattei, non piacque. Il nordico Ivens guardava all’Italia per quello che era ancora, la parte più sviluppata del Terzo mondo; la Dc come al paese che stava per imporsi per efficienza con le Olimpiadi e col boom economico (non andrà diversamente ad Antonioni col Pc cinese per il documentario Chung-Kuo... ). Ora Vicari è tornato sui posti dove filmarono Ivens e i suoi, per concluderne che la ricostruzione avrebbe dato benessere apparente e malessere sostanziale. Ma si può conquistare qualcosa senza pagarlo? E mantenerlo senza continuare a battersi? L’Italia declina - qui ha ragione Vicari - ma perché s’era illusa che la lotta per la sopravvivenza fosse finita.