Annozero e Di Pietro: solo lui poteva non sapere

Il metodo di Travaglio e Santoro: il Cavaliere e Schifani colpevoli a
scatola chiusa. L’ex pm candido pur avendo cenato con Contrada,
arrestato per mafia 9 giorni dopo

Si dovrebbe parlare di legittimo impedimento ma il proscenio è per i magistrati minacciati dalla mafia. Messaggio subliminale santorian-travagliesco: la giustizia è perfetta, fatta solo da eroi, quindi chi critica il sistema-giustizia è contro gli eroi e amico della mafia. Vero? No, ma non importa. Il metodo Annozero è di accavallare piani diversi, mescolare problemi come se fossero la stessa cosa, per far passare il concetto voluto: il governo è per l’impunità. Viene riesumato anche l’avvocato Carlo Taormina, che nelle vesti di «pentito» del Pdl si indigna per il processo breve e per l’assolutismo del premier, dimenticandosi di quando lui auspicò che i giudici di Milano venissero «arrestati». Sono tasselli della scena criminis, dove il criminale è noto: l’esecutivo. Arriva Giorgio Bocca che parla di fascismo, lui ne sa qualcosa essendo stato da giovane un sostenitore della campagna razziale antiebraica. Finalmente si arriva alle foto di Tonino e Contrada del ’92, ma solo per accusare il Corriere (che le ha tirate fuori) di diffamare Di Pietro. Domandarsi che ci facesse lì, quel giorno, il pm di Mani Pulite, non è una domanda legittima, ma diffamazione, puro fango. I racconti di Ciancimino jr invece sono tutt’altro che fango, rivelazioni, anche se nessuno riesce a provare che siano più che chiacchiere.

È il metodo Travaglio-Santoro, per cui si diventa mafiosi per aver intrattenuto rapporti con un tale accusato di mafia 20 anni dopo, ma si rimane perfettamente candidi pur avendo cenato con un tale arrestato per mafia nove giorni dopo. Il primo tale si chiama Nino Mandalà, e il suo conoscente Renato Schifani. In mezzo, tra la conoscenza e l’accusa, una ventina di anni, solo un breve lasso di tempo che autorizza perfettamente il cronista che la sa lunga a spruzzare un po’ di mafiosità sul presidente del Senato. Lo stesso ragionamento, tuttavia, non vale se il secondo tale si chiama Bruno Contrada e il suo conoscente Antonio Di Pietro, evidentemente dotato di salvacondotto morale a prescindere dalle frequentazioni e dai banchetti.

Il metodo Travaglio/Annozero, ditta di famiglia specializzata in processi tv, è che il «non poteva non sapere» vale come sacrosanto argomento contro i nemici, ma il «non poteva non sapere» è solo cialtroneria da venditori di fumo se trattasi del caso Di Pietro, commensale di ex agenti segreti poi arrestati, capi del Sisde poi arrestati, agenti dell’intelligence americana ovviamente mai visti e sentiti, se non quella volta, proprio quella volta della foto riemersa dopo 17 anni. Uno e bino, a seconda dei casi. C’è il Travaglio che da Santoro racconta il legittimo impedimento come un blitz criminale ma riconosce come perfettamente legittimo l’impedimento di Tonino a spiegare quella cena con Contrada, superpoliziotto già molto chiacchierato ben prima dell’antipasto, almeno da qualche mese, se non da qualche anno, se è vero - come ha raccontato il fratello di Paolo Borsellino - che il giudice ucciso dalla mafia diceva di Contrada: «Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire».

Nessuna traccia però dell’acume investigativo di Travaglio, né ieri ad Annozero né ieri sul Fatto, di quell’istinto da segugio che gli aveva fatto dire, in onda da Fabio Fazio, che un cronista ha il dovere di «chiedere semplicemente alla seconda carica dello Stato (Schifani, ndr) di spiegare i rapporti con quei signori che sono poi stati condannati per mafia». Nessuna traccia di questa domanda a Di Pietro, perché lui invece era solamente a cena «con degli incensurati», che sarebbero rimasti tali ancora per poco, però.
C’è insomma il rischio che quello di Travaglio non sia «giornalismo d’informazione ma, come nella peggiore tradizione italiana, scaltra informazione che veste i panni del neutrale watchdog per nascondere la sua partigianeria. È un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde». È la diagnosi che gli fece un giornalista non certo tacciabile di berlusconismo, Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, quello delle 10 domande su Noemi. Una fonte attendibile per giudicare il travaglismo, dunque. D’Avanzo e Travaglio si sono scannati su una vecchia storia che ora casca a fagiolo. È la storia della vacanza siciliana di Travaglio e del rapporto con un sottufficiale della Gdf, Giuseppe Ciuro, all’epoca incensurato, più tardi però condannato a quattro anni e mezzo di galera per aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Applicando il «metodo Travaglio», Travaglio sarebbe accusabile di aver frequentato mafiosi. Se ci fosse un Travaglio che raccontasse Travaglio.