Annozero, tutte le bugie di Di Pietro

Spazio solo all’autodifesa dell’ex ministro: che nega pure che il figlio è indagato. E su Cristiano che non molla la poltrona: &quot;Dovrei prenderlo a randellate?&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=323034">Travaglio, quei sorrisi complici
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Roma - Difende Cristiano arrivando a dire che «non è imputato di niente», nonostante la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati da parte della Dda è stata confermata dalla Procura di Napoli. Specifica in che modo è venuto a sapere che l’ex provveditore Mautone si era infilato in guai giudiziari. Tiene duro, a parole, sulla linea del «non c’è figlio che tenga», e a Michele Santoro che gli chiede come mai Cristiano non si è dimesso dal suo posto di consigliere provinciale, Antonio Di Pietro per un secondo perde le staffe e quasi urla: «E come presidente del partito io che devo fare? Prenderlo a randellate?».

Non è una serata facile quella che va in onda su Raidue, di fronte alle telecamere di Annozero, per Antonio Di Pietro. Che nei suoi interventi sfiora alcuni dei temi al centro delle domande che il Giornale gli rivolge da settimane. A cominciare dal «mistero» della talpa che avrebbe avvertito Di Pietro dell’esistenza di un’indagine a carico dell’ex provveditore alle opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone. Di Pietro sostenne inizialmente di aver subodorato qualcosa. Tanto che, a inizio dicembre, disse di aver trasferito il funzionario a Roma nell’estate 2007 non appena ebbe le «prime avvisaglie» dell’inchiesta. Ha quindi accusato il Giornale di ostinarsi a non capire che non c’era alcun mistero o talpa, ma che aveva saputo dei guai di Mautone «dalle agenzie di stampa». Che ovviamente non fecero parola dell’inchiesta, ancora segretissima.

L’ultimo colpo di scena, quello rivelato ai magistrati della Dda di Napoli e meglio specificato ieri sera nel programma di Santoro, è che Di Pietro avrebbe «ricostituito» l’ufficio Alta sorveglianza delle grandi opere togliendo «politici trombati e raccomandati» e mettendo 18 finanzieri comandati da un capitano delle fiamme gialle. Che avrebbero non solo raccolto rumors sufficienti a decidere per il trasferimento di Mautone, ma anche, dopo il trasloco, «atti ufficiali trasmessi alle procure competenti». È andata così? Se sì, il leader Idv dovrebbe però spiegare il perché delle tante versioni diverse fornite in precedenza.

C’è poi la vicenda del figlio. Di Pietro quasi lo «rinnega», «recitando» in tv le intercettazioni di «un insieme di persone che si chiamano tra loro» (molti dei quali politici Idv, come Americo Porfidia, anche se lui omette il dettaglio) nell’estate 2007, cercando una via per arrivare al ministro e impedire il trasferimento di Mautone. Nella «drammatizzazione» il leader Idv per dimostrarsi irricattabile dice: «Come si fa a ricattare quello (ossia Di Pietro, ndr)? Mi porta davanti ai carabinieri! Il figlio non ci parla manco col padre». È una specie di florilegio delle intercettazioni. Ma la «parte» dell’incomunicabilità padre-figlio è ricostruzione artistica made in Tonino: l’intercettazione a cui si è ispirato è quella tra Mautone e Porfidia, con il primo che chiede al politico se è il caso di chiedere l’aiuto di Cristiano per evitare il trasferimento e il secondo che dice «io so che il padre non lo tiene molto in considerazione al figlio».

Per la Dia, poi, è sospetta la tempistica tra la fine delle conversazioni tra Mautone e Cristiano Di Pietro (che chiedeva raccomandazioni e informazioni sui contratti di forniture per le caserme) e una serie di strane attività di Antonio Di Pietro che risulterebbero dalle indagini. Il leader Idv avrebbe convocato i suoi uomini per chiedergli di lasciare fuori Cristiano perché «troppo esposto». Ma di questo Di Pietro in tv non fa cenno.

E poi, come detto, quando Santoro lo incalza sulle intercettazioni del delfino, Di Pietro si scalda, dice che «non c’è figlio che tenga», che fanno bene i Pm a indagare su un errore «se penalmente rilevante». E condanna anche la «valutazione a monte sull’opportunità e la trasparenza» dell’operato del figlio. «Per questo ha lasciato l’Idv», chiude. Però Santoro aggiunge: «Ma non il posto».

Tonino alza il tono di voce, «Non ha ricevuto avviso di garanzia e non è imputato di niente», dice paonazzo, concludendo che «il problema non sono gli errori che possono capitare a chi fa politica» ma «se si fa finta di non vedere, se non si prendono provvedimenti». E quando Mantovano gli chiede conto delle accuse di camorra all’Idv Campano, Di Pietro sfiora la lite. E la serataccia finisce. Senza gloria per Tonino.