Annunci falsi e minacce: Italia 11 volte nel mirino

Dopo le stragi dell’11 marzo una pioggia di comunicati su Internet di dubbia attendibilità. Per due volte le due Simone erano state date per giustiziate

Marta Ottaviani

Sedici mesi di minacce. Dalla strage dell’11 marzo a Madrid, l’Italia è stata oggetto di numerosi avvertimenti da parte di Al Qaida, ricevendo a volte anche notizie false, come nel caso di Simona Pari e Simona Torretta. Le due volontarie dell’organizzazione «Un ponte per...», liberate dopo tre settimane di prigionia in Irak, sono state date per morte per ben due volte dai terroristi islamici, che avevano addirittura promesso un video delle loro esecuzione.
Per nove volte l’Italia è stata direttamente minacciata da gruppi più o meno vicini a Osama Bin Laden. Intimidazioni che riguardavano la missione in Irak, Berlusconi e la promessa di stragi su tutto il territorio nazionale. Parole che fino a questo momento sono rimaste solo sul web e sulle quali gli esperti continuano a nutrire seri dubbi. Su Internet - come ha evidenziato il Giornale in questi giorni spiegando la scelta di non pubblicare più in prima pagina le minacce dei gruppi estremisti islamici - finisce di tutto. Avvertimenti che talvolta sono veri, ma più spesso sono falsi.
La serie di messaggi si intensifica subito dopo la strage nella capitale spagnola. Nella lettera di rivendicazione dell’attentato, firmata dalla Brigata Abu Hafs al-Masri, l’Italia viene esplicitamente indicata come il successivo obiettivo dei terroristi.
L’estate dell’anno scorso è un continuo susseguirsi di minacce. Il primo arriva agli inizi di luglio, poco prima che scada l’ultimatum concesso da Bin Laden dopo la strage dell’11 marzo. Durante un monitoraggio di alcuni siti web, i servizi segreti trovano una lettera attribuita al fondatore di Al Qaida tradotta in italiano. Il testo parla fin troppo chiaro: «In nome di Allah, questo è un messaggio ai nostri vicini del nord del Mediterraneo. Contiene un’iniziativa di riconciliazione che sarà effettiva quando l’ultimo soldato avrà lasciato l’Irak. Quelli che rifiuteranno la proposta sappiano che sceglieranno la guerra. Il popolo intelligente non si lascia togliere la sua sicurezza per seguire Berlusconi che serve a suo turno i signori della Casa Bianca».
Pochi giorni dopo, il messaggio diventa ancora più esplicito. Il 15 luglio viene pubblicato su un sito islamico un comunicato delle Brigate Abu Hafs al-Masri. Il contenuto è inquetante: «Ci sarà un bagno di sangue in Italia come quello dell’11 settembre 2001 a New York se Silvio Berlusconi continuerà a essere Presidente del Consiglio. Metteremo il vostro Paese a ferro e fuoco. Nessuno di voi sarà al sicuro finché rifiuterete l’offerta di tregue del nostro sceicco Bin Laden».
Il 24 luglio arriva un altro messaggio, questa volta a firma del gruppo «Monoteismo e Jihad», guidato dal terrorista giordano Abu Musad Al Zarkawi, numero uno di Al Qaida in Irak, che minaccia: «Se non accettate le nostre condizioni vedrete l’inferno con i vostri occhi». Il primo agosto un comunicato ancora delle Brigate al-Masri dà al governo italiano 15 giorni di tempo per ritirarsi dall’Irak. «Stiamo mobilitando le nostre cellule a Roma e nelle altre città italiane - scrivono i terroristi -. Scaduto questo ultimatum non saremo più responsabili per la perdita di vite umane». I giorni successivi sono un susseguirsi di minacce su internet, più o meno attendibili. Il 10 agosto le Brigate Abu Hafs al-Masri tornano a farsi sentire: «O mandate via Berlusconi o bruciamo l’Italia». La festa di Ferragosto viene trascorsa con il fiato sospeso in tutto il Paese, ma non succede niente.
Tirare un sospiro di sollievo è impossibile. Solo tre giorni dopo arriva un nuovo comunicato a firma di una sigla terroristica misteriosa: «Il momento è arrivato e l’ora zero si avvicina. Niente ci potrà fermare, a Dio piacendo. Preparate le bare e preparetevi a dire addio alla vita». Ancora una volta non succede nulla. Alla fine di agosto un nuovo messaggio delle Brigate al-Masri rende noto che il Vaticano non rientra fra i loro obiettivi possibili, ribadendo però la loro volontà di «trasformare la penisola in un inferno».
Il 7 settembre le operatrici umanitarie Simona Pari e Simona Torretta vengono rapite a Bagdad. Quindici giorni dopo si teme il peggio. In un comunicato firmato da «i seguaci di Al-Zawahiri», braccio destro di Osama Bin Laden: «Nel nome di Dio il clemente e il misericordioso le due criminali italiane sono state decapitate con il coltello senza alcun dispiacere». Arriva un secondo annuncio: «Le abbiamo uccise: manderemo un video». Il giorno dopo il quotidiano kuwaitiano Rai al Aam dice che le due Simone sono vive. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, dice che sono ancora aperti i canali per la loro liberazione. Tre giorni dopo le due volontarie tornano a casa sane e salve.
Ma per l’Italia le minacce non sono finite, nei mesi successivi continuano ad arrivare messaggi di intimidazione. Il 17 marzo, quasi un anno dopo le stragi di Madrid, su un sito islamico legato ad Al Zarkawi, numero uno di Al Qaida in Irak, si legge: «Avvertiamo l’Italia che nei prossimi mesi aumenteranno i suoi morti e le sue perdite. Tanto più l’Italia rimarrà in Irak, tanto più la nostra Jihad si abbatterà su di lei».
Infine, dopo la strage londinese dello scorso 7 luglio, su un sito islamico è comparso un comunicato firmato da Lewis Atiyallah, pseudonimo di un esponente saudita di Al Qaida: «Abbiamo un conto aperto con Berlusconi di cui non ha ancora pagato il prezzo».