Anomalie

Finalmente un momento di chiarezza da parte del direttore del Corriere della Sera che nel suo editoriale di ieri ha detto chiaro e tondo di tifare perché vinca il centro-sinistra. Per noi non è una novità visto e considerato che da alcuni mesi abbiamo descritto il ruolo che stava giocando Paolo Mieli, vero e proprio pivot di un centro-sinistra un po’ stanco, confuso e contraddittorio. Ciascuno, naturalmente, è libero di fare la propria scelta ma dal direttore del più grande giornale italiano qualche motivazione in più e qualche analisi più approfondita delle ragioni del proprio netto schieramento l'avremmo sperate. A Mieli certo non sfugge il peso di questa sua dichiarazione che nella tradizione del Corriere della Sera è un'anomalia e che, proprio per questo, avrebbe richiesto qualcosa in più delle scarne considerazioni che abbiamo letto. Ma andiamo al punto. Mieli dice sostanzialmente due cose: a) questo governo ha dato l'impressione di essersi dedicato più alle vicende personali del presidente del Consiglio che non a quelle del Paese (una scelta sulla base di una impressione, in verità, è molto debole e non all'altezza della statura di Mieli); b) ritiene che la coalizione di centro-sinistra abbia i titoli per governare al meglio.
Gli unici titoli che cita sono i seguenti: Rutelli ha costruito un partito liberal-democratico (la Margherita) nel quale «la presenza cattolica è tutelata da scelte coraggiose nel campo della politica economica e internazionale (sic!)»; c) Pannella e Boselli hanno costruito un partito con un mix di laicismo temperato e istanze liberali; d) Bertinotti, infine, si è comportato bene di fronte alle scalate bancarie (è stato contro l'Unipol e a favore degli spagnoli). Queste, dunque, le motivazioni che nella loro scheletricità danno il senso vero di quello che definiamo una pura e pericolosa operazione di potere. Conosciamo bene Mieli e sappiamo che l'amore per la libertà di pensiero è una delle tante cose che ci uniscono e con quella libertà diremo sino in fondo la nostra. I lettori avranno notato che nel suo editoriale Mieli non cita neanche per sbaglio le grandi culture politiche che governano, attraverso i rispettivi partiti, tutti i Paesi europei. Per Mieli la cultura politica socialista e quella democristiana non esistono più avendo lasciato il posto ad un virtuale partito liberal-democratico guidato da Rutelli che ne tutela le vestigia come una sorta di specie protetta. Insomma i panda democristiani e socialisti. Mieli fa del suo desiderio il padrone della ragione dimenticando che la sinistra europea o è socialista e laburista o non è (Schröder, Zapatero, Blair, Jospin e Fabius) e che il centro in tutta Europa o è democristiano o non è (Merkel, Aznar, Schüssel, Junker e via di questo passo). Accanto a queste due grandi forze politiche che sono quasi il 50% del Parlamento europeo (togliamo dal Ppe i conservatori inglesi e i gollisti francesi) vi sono i partiti minori, da quello liberale a quello comunista, da quello dei Verdi a quello dei conservatori, per finire a piccole formazioni nazionaliste. Questo lo scenario politico dell'Europa che in ottanta righe Mieli cancella trascurando il fatto che l'Italia è l'unico Paese a non avere più un partito di massa proprio grazie alla progressiva perdita d'identità dei nostri partiti.
Noi sappiamo il perché di questa scelta di Mieli e da mesi la ripetiamo finanche con ossessività per il pericolo democratico che contiene. Mieli è un uomo colto e un giornalista autorevole ma non è un leader politico e da tempo ha messo al servizio di alcuni interessi finanziari le proprie indubbie qualità. Mieli, per dirla con grande franchezza, è il ponte che tenta di unire questi interessi finanziari a due partiti dalle identità confuse, quello diessino e quello della Margherita. Perché questa unione trasformi geneticamente i due partiti, Mieli deve cancellare anche il semplice ricordo della cultura socialista e di quella democristiana per far sì che gli interessi finanziari si facciano partito e i partiti si facciano interessi finanziari. Di qui l'auspicio del partito democratico senza radici e senza storia e di qui il ringraziamento a Bertinotti che ha detto no ad Unipol e sì a Diego Della Valle, salvo poi ad essere buggerato dai francesi di Bnp-Paribas nella scalata alla Bnl. Ma quali sono questi interessi finanziari di cui parliamo e che Mieli rappresenta da par suo? Quelli del patto di sindacato che governa il gruppo Rcs-Corriere della Sera che qui di seguito elenchiamo perché quando si parla di democrazia non si può dire e non dire. Geronzi, Tronchetti Provera, Bazoli, Montezemolo, Ligresti, Diego Della Valle, Pesenti, le Generali di Burenheim, ecco chi sono. Questi signori, attraverso il loro intreccio in Mediobanca, governano la finanza bancaria, quella assicurativa, la Fiat, la Telecom e un network informativo fatto da La Stampa, gruppo Rcs e Sole 24 ore e costituisce in sé un intreccio illiberale al di là delle vocazioni di ciascuno. Alcuni di questi signori inoltre guidano società fortemente indebitate in cui le banche creditrici sono diventati azionisti di peso. E guarda caso queste banche sono tra quelle che hanno piazzato i bond Parmalat e Cirio nel mercato rovinando decine di migliaia di piccoli risparmiatori.
Sono questi gli interessi finanziari che Mieli rappresenta e ai quali dà voce e quando sentiamo parlare di partito liberal-democratico da una compagine di questo tipo ci vengono i brividi. Il capitalismo di qualità non è quello finanziario o quello indebitato (lasciamo da parte, per garantismo, le truffe di Parmalat e Cirio) ma quello che si ritrova in centinaia di migliaia di medie e piccole aziende italiane che rischiano i propri quattrini e non comprano quote di giornali. Se vogliamo rendere l'Italia più libera è tempo che le banche e le assicurazioni vadano via dai giornali perché rappresentano quel capitalismo finanziario che mastica poco, come la storia ci insegna, il liberalismo, il solidarismo e la stessa democrazia. Un'ultima piccola ma non insignificante considerazione: quelli che Mieli spera possano tornare al governo sono le stesse identiche persone che hanno governato il Paese nel quinquennio ’96-2001, l'epoca in cui cominciò il declino competitivo dell'Italia come più volte abbiamo dimostrato con dati alla mano e che gli italiani mandarono a casa. Noi siamo tra quelli che non hanno fatto mancare critiche, anche feroci, alle politiche di Tremonti e della Casa delle libertà, ma siamo anche quelli che chiedono a gran voce il ritorno delle grandi famiglie politiche che in tutta Europa discutono e dialogano con tutti ma non sono al servizio del peggiore capitalismo, quello finanziario, che toglie ricchezza al lavoro, qualità alle merci e tenta di sottrarre alla politica il suo democratico primato nel governo del Paese, come sembra abbia invece scelto il centro-sinistra di Mieli.
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