Anonimo e cornuto È l’agente Oldman lo 007 dei nostri tempi

Il volto della moglie di George Smiley non si vede mai. La misteriosa Ann appare di spalle, in un vestito a fiori. Spunta di traverso, con un fiocco tra i capelli. È una presenza assente nella vita dell’enigmatico agente segreto del MI6 inglese, alter ego di John Le Carré. Ed è il suo vero punto debole, innamorato com’è della donna che lo tradisce. Non si sa se l’autore del romanzo da cui è tratto La Talpa uscito nel week end nei nostri cinema, avesse letto i libri di Ian Fleming. Fatto sta che il suo Smiley è agli antipodi di James Bond, l’agente segreto di Sua Maestà per eccellenza, di cui tra pochi giorni ricorre il cinquantenario del debutto su grande schermo. Quanto 007 è un donnaiolo impenitente, spaccone e protagonista di resurrezioni mozzafiato, tanto Smiley è fragile nel privato, distante da avventure galanti, flemmatico. Una spia edonista, tecnologica e vincente la creatura di Fleming, un funzionario anonimo, cerebrale e rispettato quella di Le Carré, qui reso da Gary Oldman forse ancor meglio di quanto fece Alec Guinness in una serie tv degli anni ’70.
Nel suo protagonista Le Carré ha trasfuso molti elementi biografici: «Smiley è estremamente introverso, ma non per i motivi che potreste pensare voi. Io ero un personaggio paticolarmente scomodo a quel tempo», rivela lo scrittore a sua volta un’ex spia, «e ho dato a Smiley il mio contesto sociale, la mia mancanza di autostima. E visto che il mio background era molto problematico, ho fatto in modo che la casa per lui fosse il luogo più pericoloso. È a casa che è inconsapevolmente indifeso. È a casa che vede l’ombra di sua moglie». Dunque, se Bond è sempre in missione in posti esotici e vive in hotel di lusso di rutilanti metropoli dove, tra una rocambolesca fuga in Aston Martin e un inseguimento in motoscafo, conquista stuoli di femmine desiderose di compiacerlo, Smiley ha un’abitazione privata, svolge indagini apparentemente routinarie e si presenta come un travet. Eppure il carisma non ne risente. Anzi, l’impermeabile, la cartella di pelle e gli occhiali cerchiati di tartaruga con cui lo confeziona il regista svedese Tomas Alfredson, risultano particolarmente in sintonia con l’austerità dei consumi nella quale viviamo. Sarà anche questo uno dei motivi dei buoni incassi dei primi giorni di proiezione (oltre un milione e 100mila euro per 350 copie)? Difficile stabilire relazioni dirette. Certo è che il basso profilo di Smiley sembra cogliere lo spirito del tempo più delle smargiassate di Bond.
Nella Londra dei primi anni ’70 tutta nebbie e luci al neon, l’agente di Le Carré (qui anche produttore esecutivo) si sposta con una Citroen Ds per non dare nell’occhio. «È un tipo ritirato, eccentrico, di poche parole, ma con qualche simpatica abitudine», lo descrive il suo creatore, «per esempio, quella di parlare da solo mentre arranca per strada». Oppure quella di rilassarsi prendendo un bagno e «nuotando» una rana con la bocca a pelo d’acqua e gli occhiali ben inforcati. È stato fatto fuori dal ministero dell’Interno dopo che una missione in Ungheria è finita male (sembra). Ma ora hanno di nuovo bisogno di lui per scoprire se è vero che nel famigerato Circus, il cerchio magico del servizio segreto, si annidi un doppiogiochista che passa le informazioni al KGB. Smiley non fa una piega, non sfoggia smoking né pilota aerei da diporto. Chiede solo la collaborazione di due uomini e inizia a indagare, confrontando le testimonianze di altri colleghi, studiando documenti e fotografie e visitando la casa del suo ex capo. La talpa è ben mimetizzata e nella descrizione delle atmosfere e nei ritratti psicologici delle spie, il film offre la parte migliore. Forse, alla prima visione, l’intreccio può risultare un filo intricato. Ma poco alla volta le tessere del mosaico si compongono. E anche se il fantasma della spia sovietica si muove nel suo territorio privato per fargli perdere un po’ di lucidità, l’obiettivo di colpire il punto debole di Smiley riesce solo «fino a un certo punto».