Anoressia ai tempi delle bambole «Mia figlia, trenta chili a 11 anni»

La storia simbolo di una mamma: «Tutto cominciò con una dieta, poi un giorno la vidi correre intorno al tavolo: “Devo consumare...”»

Cristiano Gatti

Nome di fantasia: Silvia. Età: dieci anni e mezzo. Un'età «d'esordio», come la chiamano gli specialisti dell'anoressia, che non deve choccare più nessuno: ormai l'ingresso nel tunnel nero è sempre più anticipato. Le ultime statistiche sono sbalorditive, tanto da giustificare un nuovo allarme: attenzione, se una volta le ragazzine cominciavano a non mangiare e a lasciarsi morire intorno ai sedici anni, oggi avviene tutto più in fretta. Dodici-tredici, mediamente. Con casi ancora più incredibili. Come Silvia, che qui raccontiamo perché la sua storia tremenda serva da parabola reale a tante famiglie (tante, tantissime, nemmeno immaginiamo quante) immerse in una guerra impari e disperata.
A condurci per mano in questo viaggio allucinante, che per fortuna soltanto adesso intravede un bagliore di luce, è la mamma. Quando comincia, il suo strazio? E come potrebbe scordarlo: è il 2001. La sua bambina - ovviamente scolara modello - lascia le elementari, per approdare alle medie. Il salto, già problematico di suo, in questo caso è molto più complicato. «Sì, questa è la mia prima colpa: per troppo amore, ho pensato di proteggerla mandandola in una elementare privata. Così, quando Silvia passa alla media pubblica, non è per nulla pronta. Difatti, dopo poco tempo, lei che per la scuola viveva, improvvisamente torna a casa dicendomi di non volerci più andare».
Ripensandoci adesso, le cause possono essere lontane e diverse. Ma quella che porta a galla il problema, conclude la mamma, è l'impatto decisamente forte con la nuova scuola: Silvia, praticamente un canarino tolto dalla gabbia, capita subito per sorteggio nello stesso banco di un ragazzino caratteriale. Sono i casi della vita. Lui, immerso nei suoi problemi, non può certo curarsi dei danni su Silvia. I suoi gesti sono angherie. La deride e la perseguita. Soprattutto, la chiama «palla di lardo». È quanto basta. Certe molle, caricate nel tempo da mille situazioni, possono scattare in un attimo per il più banale dei motivi. Silvia davvero comincia a vedersi «palla di lardo». A scuola ci va soffrendo, in casa non fa che guardarsi allo specchio e a non piacersi per niente. Comincia a saltare i pasti. A mangiare pochissimo. Dice di volersi mettere a dieta.
«A quel punto - racconta la mamma - cerco almeno di governare la nuova mania di Silvia. Va bene, le dico: però andiamo da un dietologo. Lei ci viene. E lui all'inizio sembra un toccasana: misurando e pesando, trova che Silvia è al massimo mezzo chilo sopra il peso ideale. Poi però si lascia scappare una mezza battuta: “Caso mai, dice quel bischero, lascia perdere merendine e cioccolata...”. Non l'avesse mai detto. Dell'intera visita, Silvia ricorderà soltanto questa frase».
Abolite le merendine, ma non solo quelle, in quattro mesi la nostra Silvia scende da 41 chili a 36. Si nutre di qualche mela, non accetta i rilievi dei genitori. Ma siamo solo agli inizi. È nell'estate tra la prima e la seconda media che Silvia precipita. «Non lo scorderò mai - rammenta la mamma -: agosto, una giornata di pioggia. Vedo che Silvia continua a girare intorno al tavolo in modo frenetico. Poi sale e scende le scale di corsa. Che fai, le chiedo. E lei che risponde con quella risposta agghiacciante: devo consumare».
È il panico. Di fronte alle stramberie di Silvia, ormai fuori controllo, la madre chiede aiuto agli psicologi. Si apre la nuova odissea. Come tante famiglie sanno bene, strutture pubbliche e private non sono sempre pronte ad affrontare un avversario spietato come l'anoressia (o la bulimia, che ha le stesse radici). Tra consigli vaghi e ricette fumose, Silvia continua la discesa: a settembre, quota 34 chili.
«Disperata, finalmente riesco a portarla nel centro Sana Vita di Lugano, dove opera il professor Bernasconi, ideatore di un metodo rivoluzionario, ad alto tasso di riuscita. Purtroppo, dopo pochi giorni, commetto l'errore più grande della mia vita, di cui non mi perdonerò mai: non appena Silvia, che come tutte le ragazze nel suo stato sa essere bugiarda e subdola, scoppia a piangere e mi implora di portarla via, minacciando di uccidersi, io ci casco e la riporto a casa. Il professor Bernasconi mi avverte: “Signora, è tutto normale, ce la lasci qui. Dandole retta, rischia di pentirsene”. Niente, ancora una volta prevale il mio eccesso d'amore. Sì, in tutta questa storia ho capito proprio questo: troppo amore può provocare danni inenarrabili. I mesi successivi mi presentano il conto...».
La testimonianza entra nella sua fase più cupa. Di cominciare la seconda media non se ne parla neppure: Silvia finisce in un istituto toscano, dove viene curata con metodi farmacologici. Pasticche, pasticche, pasticche. La mamma, di fronte al continuo peggioramento e alla sofferenza della figlia, entra pesantemente in conflitto con i medici. Una guerra totale. Il che le costa l'umiliazione suprema: una mattina va trovare la sua bambina, ma per tutta risposta le dicono che non ha più una bambina. Per vie legali, le hanno tolto la patria potestà. «Un'altra data indelebile: 22 ottobre 2002. Ero andata lì per riportarla a Lugano da Bernasconi, invece mi dicono che non ho più alcuna voce in capitolo. Un'assistente sociale, che nemmeno sa chi sia Silvia, decide per lei: d'ufficio, si ordina il ricovero in un ospedale romano...».
Sono settimane terribili. «Da mamma chioccia - continua in lacrime la signora - mi ritrovo mutilata. Per due mesi non la rivedrò più: riesce ad immaginare che cosa prova una madre nel non vedere sua figlia, sapendola in quelle condizioni?». Non è difficile immaginare. Così come è facile immaginare i due mesi che portano a dicembre. «Sì, per due mesi busso a tutte le porte di Roma. Politici, prelati, avvocati. Tutti. Chiedo almeno di poter aiutare Silvia. Alla fine di questa allucinante battaglia, la giustizia mi permette di incontrarla. Altra data scritta nel sangue: 25 dicembre 2002, giorno di Natale. Nell'androne tetro dell'ospedale, mi si presenta uno zombie. Non arriva a trenta chili. Riesce solo a dire poche parole: portami via, mamma».
Se non altro, la mamma di Silvia non si rassegna. Continua a combattere come una fiera che difenda i suoi cuccioli. Finalmente, nel gennaio 2003, la giustizia stabilisce che la bambina torni con la madre e con la famiglia. «Mi sembra di rinascere. Anche se so che il problema è ancora tutto lì, aggressivo e invadente come prima».
Imbottita di medicine, Silvia vivacchia. Prova anche a tornare in aula. Ma i risultati sono avvilenti. Soprattutto per lei. In rarissimi periodi sembra quasi riprendersi, ma poi è un'immancabile ricaduta. L'anoressia è paziente, sa aspettare le sue prede. Sa che torneranno, prima o poi...
«Adesso però - riprende la mamma di Silvia - dobbiamo passare al messaggio di speranza. La mia storia rivede la luce otto mesi fa, quando riesco finalmente a tornare dal professor Bernasconi. Silvia ancora non vuole, ma stavolta non commetto un secondo errore. Glielo impongo. Lui le parla, lui la ascolta, alla fine è lei stessa a chiedere di fermarsi nella clinica di Lugano. Siamo agli inizi di quest'anno. Otto mesi dopo, anche se lo dico con tanta prudenza, Silvia ne sta uscendo...».
Fermiamoci qui. Non c'è molto da aggiungere. A quattordici anni, Silvia si ritrova già alle spalle una vita da donna vissuta. Non è la sola, in Italia. È tutto contemplato nel nuovo allarme: attenzione, l'anoressia si fa sempre più esigente e diabolica. Una volta le circuiva nel tempo delle mele. Adesso va a prendersele nel tempo delle bambole.