Ansia per Mastrogiacomo I Talebani: nessuna decisione sulla sorte del giornalista

Il reporter nelle mani del <strong><a href="/a.pic1?ID=162211">mullah Dadullah</a></strong>. I talebani: &quot;Lavora per gli inglesi&quot;. Un portavoce dei rapitori: <strong><a href="/a.pic1?ID=162421">&quot;Ancora nessuna decisione sulla sua sorte&quot;</a></strong>

Scrive il quotidiano britannico The Independent che Daniele Mastrogiacomo, il giornalista di Repubblica rapito in Afghanistan tra domenica e lunedì, potrebbe essere nelle mani del mullah Dadullah, uno dei capibastone talebani più spigolosi, e dunque anche più influenti, della congrega capeggiata dal mullah Omar, il guercio sodale di Bin Laden che si faceva chiamare «amirul momineen», il comandante dei fedeli.
La notizia è avvalorata da una registrazione audio che viene attribuita al comandante talebano nella quale egli accusa Mastrogiacomo di «avere ammesso di essere una spia al servizio dei britannici». «Le persone arrestate - dice la voce incisa sul nastro fatto arrivare alla France Press - sono Daniele, figlio di Mario, e Ajmal e Ghulam Aidar, che abitano a Kabul».
Spie dunque. E l’accusa, venendo da quel mondo oscurantista ancor più fanatizzato dei loro confratelli iracheni accresce l’ansia sulla sorte dei sequestrati. «Spie - dice la voce registrata - per conto dei britannici, sotto la copertura di giornalisti. Con l’obiettivo, assegnatogli dagli inglesi, come hanno ammesso, di avvicinare dei talebani, conoscere i luoghi dove operano per poi successivamente bombardarli».

Facezie, enormità che tuttavia preoccupano, e molto. Mastrogiacomo e i suoi due collaboratori afghani (l’interprete e l’autista) si erano introdotti in una vasta area - sotto controllo britannico, questo è vero - coltivata a papavero, in cerca di contatti con i capi talebani. Ma qualcosa non deve aver funzionato, e il terzetto è stato bloccato e condotto in cattività davanti al capobastone di cui si diceva all’inizio, nell’area di Lashkar Gar.
Quanto al valore da dare alla notizia secondo la quale il giornalista avrebbe confessato (parole del bandito Dadullah) di essere una spia al soldo degli inglesi, esso non è solo prossimo allo zero. Semmai, vien fatto di pensare, è un espediente teso a giustificare un eventuale riscatto da spillare alle autorità italiane trincerandosi dietro il principio di un baratto «militare» (una spia in cambio di denaro) invece di ammettere che trattasi di un purissimo ma politicamente meno spendibile sequestro a scopo di estorsione.

Ma sono supposizioni. Di rivendicazioni, finora non ce ne sono. Tutta l’attività diplomatica, nonché quella dei servizi di informazione, è tesa a stabilire un contatto con i sequestratori perché abbiano ben chiara, per cominciare, la vera natura del lavoro di Mastrogiacomo: un giornalista a caccia di notizie per il suo giornale, un reporter e nulla più. Concetto ribadito ieri con forza anche dal direttore di Repubblica Ezio Mauro, il quale ha smentito qualsiasi relazione di Mastrogiacomo con eserciti, servizi o polizie di alcun Paese. «È in Afghanistan - ha detto - solo ed esclusivamente per scrivere reportage».
Non saranno tempi brevi. Questa è la sensazione che circola negli ambienti del ministero degli Esteri che seguono da vicino la vicenda. Piuttosto pessimista è apparso il sottosegretario agli Esteri Vernetti, secondo il quale «è oggettivamente difficile, al momento, fare previsioni sui tempi per la liberazione del giornalista». Si tratta di ricostruire, per cominciare, gli spostamenti nelle ultime ore di Mastrogiacomo e dei suoi collaboratori; rintracciare le persone che per ultime li hanno visto o parlato con loro e circoscrivere l’area in cui i tre sono stati visti per l’ultima volta. Poi, solo dopo, sarà possibile avviare sottotraccia un possibile canale di collegamento con i mozzaorecchi del mullah per intavolare una trattativa. Gli 007 italiani non sono pessimisti e stanno analizzando assieme all’intelligence pakistana il messaggio dei talebani.