Antartide, il viaggio infinito della "nave fantasma"

Lino Pellegrini Sverno forzato e inferno sono la stessa cosa, solo che per noi inferno vuol dire fuoco e fiamme e insomma calore, mentre in Antartide significa neve e ghiaccio e gelo: sicché uno sverno forzato nel Sesto Continente è uno, tortura fuori della nostra immaginazione, è il progressivo annichilirsi dell'individuo.
Alla fine del mondo - cioè Terra, del Fuoco, Canale Beagle, Antartide e sue isole - ci sono stato più volte, per cui ne posso parlare a ragion veduta: una ragione addirittura estranea a noi mediterranei. Ad esempio, mi trovo nell'isola Laurie (arcipelago delle Orcadi Australi), dove, poco lontano dalla spiaggia, vedo emergere 1e macerie di certe rozze mura, di un certo rifugio fatto esclusivamente di sassi. I resti hanno un nome, si chiamano «Case Omond», sono i testimoni dello sverno forzato - fra il marzo e il novembre 1903 - di alcuni marinai e scienziati della nave britannica «Scotia». Nove mesi, con venti, trenta, quaranta gradi sotto zero, bruciando che cosa, per riscaldarsi, là dove il legno è utopia?
Ancora nell'isola Laurie, scorgo i resti d'una baracca bruciata. Lì presso, un cimiterino; mi si dice che, con le sue sette croci, sia il più grande dell'Antartide, ultimo resto di una base argentina; la quale base risale, nientemeno, al 1904, ossia a una data che, per il Sesto Continente, è protostoria. Ebbene, sotto una di quelle croci la salma non c'è, anzi non c'è mai stata: la croce è lì, soltanto a ricordo.
Mi spiego. Una targa dice «Hartvig Bache Wiig»; si trattava di uno scandinavo al servizio dell'Argentina, già campione di sci, capo dell'osservatorio meteorologico dell'isola. Il mattino del 30 aprile 1915, Wiig lasciò la sua baracca per compiere, da solo, una gita in sci. Veramente, nevicava, ma nessuno ci fece caso, un campione della neve come Wiig nel maltempo doveva sguazzarci. Solo che venne la sera - venne presto, d'autunno, alla latitudine delle Orcadi Australi -, e Wiig non era ancora tornato intanto, la nevicata, s'era fatta bufera. I suoi compagni uscirono a cercarlo; ma, dove?, degli sci la bufera aveva cancellato le tracce. Andò a finire che Wiig non lo si trovò mai più, svanito per sempre. Forse, era caduto in qualche crepaccio dei vicini ghiacciai; forse, dall'alto d'un ghiacciaio era caduto in mare. Nella prima ipotesi, il suo corpo mummificato potrebbe ancora trovarsi nelle vicinanze dei ghiacciai qui attorno.
Eppure, loro, forse sanno esattamente. Dalle acque della baia presso il cimitero esce un branco di pinguini, percorrono la spiaggia, deviano verso l'interno. Io penso che non sia possibile, che non accadrà, invece loro puntano proprio sul cimitero. Neri col pettorale bianco sembrano monachelle, il gruppo di piccole suore avanza fino alle sette croci e 1à sosta, come in pellegrinaggio, in visita di pietà. No, non c'è nulla, nel cimitero, che possa interessare ai pinguini sotto il profilo biologico, nulla da mangiare, non nidi, non tane: per cui il pellegrinaggio adombra l'irreale, 1e suorine alate sanno forse dove giace, dal 15 aprile 1915, Hartvig Bache Wiig.
Sulla spiaggia che i pinguini hanno attraversato, si vanno disfacendo i resti d'una grossa scialuppa in legno, palesemente vetusta. Chi? Come? Quando? È il secondo mistero dell'isola Laurie, chissà se i pinguini della processione a1 camposanto saprebbero svelarlo. Ma sarebbe comunque una rivelazione di sofferenze e di morte. Sicuro: l'uomo, in Antartide, bara al gioco della vita.
Stavolta vado percorrendo 1e coste dell'Antartide a bordo di una nave militare argentina, i1 «Bahia Aguirre», facendo 1o slalom fra icebergs, stretti, baie e promontori; davvero, io non credo che l'uomo europeo immagini come questo settore di Antartide - ossia 1a Terra di Graham, più le sue isole, quali, ad esempio, le Shetland Australi - equivalga ad una fascia di autentici labirinti, abitati da foche e da pinguini, dalla bellezza non so se più tragica o più esaltante. Esaltante, sino a1 mistero, sino al fantasma. Ma, esiste, una nave fantasma? Esiste. Parlo di nave nel senso materiale del termine, qui non si tratta di Triangolo delle Bermude o di avvistamenti senza seguito; qui, la materia collima con la spettralità, e 1a concretezza si identifica con l'allucinazione. La storia, della quale dirò fra poco, in Antartide gira, solo che si rischia di ascoltarla così manipolata da scadere a inattendibile; per evitare il rischio mi sono procurato documenti britannici addirittura ufficiali, i quali descrivono appunto la nave fantasma. Sicché, racconto fantastico ma storia autentica: ecco qui.
La vicenda si svolge nel 1840 ed ha come protagonista la nave baleniera britannica «Hope», al comando del capitano Brighton. La nave sta percorrendo le acque antartiche a sud di Capo Horn, in distanza le si profilano alti picchi coperti di neve - quelli stessi che da giorni vanno sfilando sotto i miei occhi -, d'un tratto si scatena una burrasca, poi una, seconda, gli icebergs impazzano, i ghiacci mettono a repentaglio la nave. Brighton non osa sperare di cavarsela... e invece, cessato il peggio, potrà constatare che la «Hope», pur avendo subito qualche danno, se l'è cavata.
«Nave in vista!», grida, dalla gabbia, la vedetta. In un primo tempo, a causa di alcuni interposti icebergs, della nave avvistata si scorgono soltanto le sommità degli alberi; poi, anche il resto si rivela. E l'equipaggio della «Hope» comprende subito che si tratta d'una visione strana, la nave ha un aspetto cadente, procede fra i ghiacci come senza meta, sembra priva di equipaggio, sul suo bordo non compare anima viva. «Scialuppa a mare!», ordina Brighton. Il battello si dirige verso la nave sinistra, che, col diminuire della distanza, assume una fisionomia di sfacelo quasi totale. «Ehi, di bordo!», grida Brighton. Nessuna risposta. Allora, su. «Ehi, di bordo!». Di nuovo, i1 silenzio. Col silenzio collima la neve ammonticchiata sul ponte, alta, vergine.
Assieme a tre uomini, Brighton raggiunge la plancia. Vi trova un uomo seduto su una seggiola, con in mano una penna, davanti a un tavolo; su quel tavolo, il libro di bordo. Brighton saluta, ma non riceve risposta. Le ultime parole scritte sul libro dicono: «17 gennaio 1823. Oggi è il settantasettesimo giorno da quando la nave è prigioniera dei ghiacci. Nonostante tutti i nostri sforzi, il fuoco (quello della caldaia ndr) si è spento ieri. Gli sforzi del capitano per riaccenderlo, sono falliti. Sua moglie è morta questa mattina di fame e di freddo; cincue marinai sono morti. Non c'è più speranza!». L'uomo seduto era una gelida mummia.
Ai marinai delle «Hope» si drizzarono i capelli. Naturalmente, anche il resto della nave riassumeva 1a tragedia. Nella cabina del comandante venne trovata la salma della moglie: il gelo l'aveva protetta così bene che il suo viso sembrava conservare una traccia di vita. Dietro di lei, la mummia d’un uomo con in mano un arnese metallico: era morto nel tentativo di far fuoco, ossia di produrre calore, bruciando un indumento. Altrove, le mummie dei marinai. Alla base d'una scaletta, la mummia d'un cane. Di cibo, nessuna traccia.
Terrore e superstizione dei marinai di Brighton impedirono ulteriori ricerche. Brighton, peraltro, volle portar con sé il libro di bordo, per farlo avere, a suo tempo, agli armatori. La nave fantasma si chiamava «Jenny», era britannica, era iscritta nei registri dell'isola di Wight, prima di finire in Antartide aveva fatto scalo nel porto del Callao, in Perù. Morta, la «Jenny», nel 1823 e avvistata, nel 1840 dunque, era andata alla deriva per diciassette anni.
A proposito: quando è affondata, la «Jenny»? Anzi, è affondata? Le navi fantasma, esistono. Se ne ho trovate, durante le mie immersioni in Antartide? (Sicuro, sono anche sommozzatore). No, mai nessuna. Soltanto i visetti dei pinguini e gli occhioni delle foche e degli elefanti marini. I quali elefanti, una volta, poco mancò che trasformassero in fantasma anche il sottoscritto.