Anthony gli fa la guerra, D’Antoni saluta New York

Socraticamente, si sapeva solo di non sapere. Di non sapere, prima delle repentine dimissioni del coach Mike D'Antoni mercoledì pomeriggio, cosa stesse succedendo esattamente nello spogliatoio dei New York Knicks, ove spogliatoio è nella sua accezione più larga di luogo dell'anima più che materiale, cumulo di sensazioni e chiacchiere e moti emotivi più che quattro mura con armadietti, beauty case Louis Vuitton e pacchianerie purtroppo associate all'arricchimento post-puberale di molti giocatori Nba. Knicks, e non Heat o Bulls per molti motivi, in primis l'amplificazione mediatica di qualsiasi cosa brilli sotto il sole della Big Apple e specialmente in quel tondino frenetico che è il Madison Square Garden, per tutti "Garden" e basta. Dove a quanto pare non c'era sintonia tra Carmelo Anthony, il giocatore di maggiore talento puro, e D'Antoni, che il talento l'ha avuto a fiumi come giocatore e ce l'ha ora come allenatore, ma con modi e idee che non sempre si sono sposate con il materiale umano a sua disposizione e con esigenze superiori. E a New York qualsiasi esigenza va ricondotta alla vittoria del titolo Nba, che manca dal 1973, un'eternità, anche se esasperata da un clima giornalistico locale che dimentica come altrove stiano ancora peggio, vedi i Chicago Cubs di baseball a secco da 104 anni.
Ora come ora, non pare esserci alcuna possibilità che i Knicks vincano questo titolo a breve termine, anche per la composizione della squadra, non razionale, non logica, non armonica. Ricorderete il fenomeno temporaneo di Jeremy Lin, di cui si è parlato un mesetto fa: con l'americano di origine taiwanese a portare (e perdere, ok) palla, creare, tirare, i Knicks avevano vinto una scarica di partite consecutive e attratto attenzioni planetarie oltre che un paio di nuovi partner commerciali di peso interessante, ma soprattutto il bilancio era stato di 7 vittorie e una sola sconfitta in assenza di Anthony, infortunato. Dal giorno del suo ritorno, solo due vittorie in dieci partite, con peggioramento di tutte le cifre del team, sia quelle più classiche sia quelle avanzate, ora di moda. Ad esempio, il famoso plus/minus, che indica il differenziale di punti nel periodo in cui un giocatore è in campo: con Carmelo, che poi per tutti è Melo e basta, New York ha un deficit di 9,4, il peggiore di tutti i componenti del roster, dunque è meno efficiente sia in attacco sia in difesa. Il buon Melo è animale raro come doti atletiche e tecniche, e nell'unico anno di università 2002-03, aveva pure conquistato il titolo nazionale con Syracuse: il che gli aveva fornito un robustissimo alibi per farla franca rispetto al collega cui era paragonato in quegli anni, LeBron James. In verità nella Nba Anthony è parso però più svolazzare alla ricerca di gloria personale che caricarsi sulle spalle sia i Denver Nuggets, sua prima squadra, sia i Knicks.
Insomma, vox populi, e anche di cronisti americani, sostiene che Melo voglia essere il numero uno in campo e pretendendo palla un'azione sì e l'altra anche condizioni e freni il gioco d'attacco fluido da sempre predicato da D'Antoni e che Lin, con la sua aggressività naif, aveva condotto con quei pregi e quei difetti, comunque di successo. Si era arrivati al punto da ritenere, tramite una talpa interna al club, che Anthony avesse chiesto la cessione in extremis, dato che ieri era l'ultimo giorno utile per i movimenti di mercato, ma lo stesso Melo aveva smentito via Twitter poche ore prima che arrivasse la notizia delle dimissioni di D'Antoni. Niente casi come quello tra Hector Cuper e Ronaldo, anni fa, che portarono alla partenza del brasiliano: qui è partito l'allenatore, D'Antoni, dignitoso e, nelle dimissioni, certamente più americano che non italiano. Il cadreghino l'ha mollato, onore a lui.