Gli anti-imperialisti fanno fronte «Meglio talebani che americani»

Munir ha detto che la sua vita è in pericolo e chiede un intervento della stampa internazionale

da Chianciano

Là, sotto il palco ci sono la bandiera palestinese e quella dell’Irak di Saddam Hussein, lo stendardo giallo di Hezbollah e lo striscione nero e rosso in onore di tutte le resistenze. Colori e simboli di questa macedonia della rivoluzione, di questa conferenza del Campo anti imperialista dove l’unica parola d’ordine è la lotta contro il nemico americano, dall’Afghanistan all’Irak, dall’Italia al Venezuela. La predica al telefono da Najaf l’ayatollah sciita Al Sayed Ahmed Al Baghdadi. La rilancia dal palco il segretario dell’Alleanza patriottica irachena Abdul Jabbar Al Kubaisy, un ex fedelissimo del partito Baath diventato, qui da noi, la voce dell’insurrezione anti americana.
E poco importa che metà del suo intervento sia una tirata contro gli iraniani e contro Alì Fayad, il rappresentante di Hezbollah arrivato in mattinata. Le «contraddizioni e le dialettiche interne» - come spiega con linguaggio un po’ retrò l’appassionata platea - sono «l’anima della rivoluzione». Il linguaggio da collettivo anni Settanta non è un caso. Il settanta per cento dei malcontati trecento spettatori paganti sono attempati reduci di una lotta politica sepolta all’inizio degli anni Ottanta. Sopravvissuti della sinistra e della destra estrema convinti di aver trovato nella lotta al «male americano» il succedaneo ai nostrani scontri di piazza.
E poco importa se l’amico da difendere è l’Islamismo radicale di Al Qaida, l’agitatore sciita Moqtada al Sadr o i talebani afghani. «Comunque», ricorda Moreno Pasquinelli, cinquantenne, irriducibile trotzkista, contestatore di qualsiasi ordine e sistema rinchiuso tra Rifondazione e Alleanza nazionale, il «nemico del mio nemico è mio amico». Non per sempre ti fa capire questo figlio di tre generazioni di comunisti umbri acceso da una passione genetica per la lotta al potere «ma fin che bisogna combattere gli americani anche l’integralismo talebano va bene». Del resto qua dentro al motto di «Via gli americani» c’è posto per tutti. Al banchetto dei libri Venditti potrebbe rilanciare le strofe su «Nietzsche e Marx mano nella mano». Lì due ultrà cinquantenni come l’editore comunista «e non un aggettivo di più» Roberto Massari e l’ex nazi-maoista di «Costruiamo l’Azione» Maurizio Neri discutono amabilmente la complessa equazione del «marxismo nazionale comunitario».
Sono i labirinti della politica. E dell’utopia. E qui s’incrociano tutti. Basta far parlare di Afghanistan Leonardo Mazzei, altro incanutito organizzatore di questa kermesse delle lotte armate: «In Afghanistan i corpi speciali italiani combattono attivamente e continuamente e questa noi la chiamiamo semplicemente guerra. Gli altri compresa la sinistra radicale, più ipocrita di tutti, insistono sull’operazione di pace. Allora – aggiunge – preferisco il linguaggio della destra a quello della sinistra, preferisco il Mussolini del ’39 che cinicamente, ma sinceramente progetta di sacrificare qualche migliaio di uomini per sedersi al fianco della Germania vincitrice. Mussolini almeno era serio. I nostri politici da D’Alema a Fassino fino alla sinistra radicale non hanno le palle». Per D’Alema un minimo di sostegno in un angolino del cuore e della mente di Pasquinelli c’è. A lui il trozkista tutto d’un pezzo riconosce il merito di aver garantito i visti a tutti i rappresentanti delle resistenze armate presenti: «Un atteggiamento assai più intelligente di quello di Gianfranco Fini che due anni fa si piegò a Washington».
Detto questo Pasquinelli si dice sinceramente convinto che in questa sala di Chianciano stia nascendo la «santa alleanza degli oppressi». Già sbattuto in carcere con l’accusa - non dimostrata - di connivenza con i gruppi armati stranieri Moreno Pasquinelli difficilmente si riesce a trattenere quando gli chiedi cosa provi per i soldati italiani vittime di questa “resistenza”. «Non siamo contenti se muore qualcuno, ma non siamo noi ad averli voluti mandare laggiù... fosse per noi sarebbero tutti a casa, invece i nostri soldati in Afghanistan e Libano occupano Paesi dove la resistenza ha tutto il diritto di prender le armi... la gran parte di loro invece non combatte per gli interessi nazionali e nemmeno per quelli del padrone americano. Combattono per i soldi, per i cinquemila o settemila euro che mettono in cassa ogni mese. Per noi sono solo mercenari».