Antiche magie nel flauto dei Jethro Tull

Antonio Lodetti

Non è la nostalgia che ci spinge ad amare Ian Anderson e i suoi Jethro Tull. I tre recenti concerti italiani del moderno pifferaio di Hamelin sono stati tre piccoli capolavori. Capolavori di continuità con le radici legata all’innovazione e di vitalità interpretativa. Anderson si diverte, gigioneggia, ci mette tutta la passione e la gioia di suonare e non importa se la voce (dal timbro particolare ma mai troppo versatile neppure ai tempi d’oro) a volte cede e in chiusura (almeno al Nazionale di Milano) affonda addirittura nella celebrazione di Aqualung. Il pubblico acclama il suo stilizzato ed eclettico solismo al flauto ora accarezzato (Eurology o la splendida Pavane di Fauré) ora quasi violentato con versi e sbuffi (la suite Thick As a Brick e una scatenata Bourrée). Anderson gioca col pubblico, rilegge i suoi classici ora con aria truce, allusiva e rockeggiante (Budapest, l’immancabile bis Locomotive Breath) ora con assorti accenti acustici (Wond’ring Aloud, Mother Goose con fisarmonica e tre flauti, Hymn 43 che passa da scatenato inno elelttrico a antica ballata con tanto di mandolino suonato dal vecchio leone Martin «Lancelot» Barre, impeccabile alla chitarra). Anderson sfoga la sua voglia di suoni classici in una medley di Mozart alla Rondò Veneziano (presto sarà in tour con l’Orchestra) ma il teatro stracolmo lo segue in ogni sua esuberante performance. Alla fine, a furia di correre, ballare e suonare su una sola gamba, è stremato e, mentre vengono lanciati sulla platea tre giganteschi palloni col logo della band (appunto Ian nella posizione del fauno) si concede agli autografi e alle fotografie. Alla faccia delle rockstar.