Gli antichi greci si affidavano a indovini e sofisti

L’emblema era Calcante, ma fu sconfitto da un ragazzino. Nel Rinascimento, Pico si vantava di risolvere ogni quesito

Ezio Savino

De omnibus rebus et quibusdam aliis: «di tutto e di più». Considerato il motto dei tuttologi, la beffarda espressione è una storpiatura del titolo dato da Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494) all’undicesima delle novecento tesi che l’umanista, celebre per la sua memoria al fulmicotone, intendeva presentare a Roma nel 1486, una specie di colossale rischiatutto della cultura in cui sfidava i sapientoni del tempo a un pubblico dibattito su «proposizioni dialettiche, morali, fisiche matematiche, teologiche, magiche, cabalistiche, sia proprie che dei sapienti caldei, arabi, ebrei, greci, egizi e latini».
Avere in tasca la risposta giusta per qualsivoglia domanda è un’aspirazione che viene da lontano. Se «sapere è potere», l'Ulisse omerico si può già considerare un ottimo modello di riferimento: aveva visto e conosciuto la mentalità di molte genti e paesi e, anche senza internet e le mostruose banche dati di oggi, riusciva sempre a inventarsi salvifiche risposte.
Il botta e risposta - anche nella forma spettacolare della gara, del quiz - fu una prerogativa ellenica.
Le star della cultura in pillole erano gli «indovini», come Calcante, il capo dell’intelligence dell’armata greca schierata a Troia. La passione della risposta gli costò la vita. Morì di crepacuore, perché in una tenzone di sapienza dovette riconoscere che Mopso, un novizio dell’arte, gli era stato superiore: il ragazzo aveva a colpo d’occhio calcolato il numero di frutti appesi a un fico, diecimila meno uno, battendolo sul tempo.
Lo stesso Omero era schiattato per l’amaro di una risposta mancata. Dei pescatori lo avevano intrigato con un enigma: «Quanto abbiamo preso lo buttiamo, quanto non abbiamo preso lo portiamo». Alludevano ai pidocchi, cui davano la caccia per ingannare la delusione di una pesca infruttuosa, talmente numerosi che buona parte si annidava ancora tra i loro cenci.
Campioni della risposta si dichiaravano i sofisti, illusionisti del sapere che tramutavano qualunque «discorso debole» (una risposta sbagliata) in un «discorso forte» (una verità, naturalmente relativa), tracciando la strada ai politici, per i quali anche una batosta elettorale è, a ben ragionare, una squillante vittoria.
E come non ricordare il più simpatico atleta della risposta a ogni costo, Alessandro Cutolo, accademico di Bibliografia e Biblioteconomia, che dal 1954 al 1968, in prima serata, incollò gli spettatori della giovane Tv italiana con Una risposta per voi, sana colonna del filone nazionalpopolare?
Garofano all’occhiello, parlata partenopea (ma su un format americano, dell’arcivescovo Fulton Sheen, mitico telepredicatore), Cutolo si teneva elegantemente in superficie, ma su un campo vario ed esteso. Con una differenza da tanti pedagoghi di oggi: che quando il quesito usciva dal suo seminato, Cutolo interpellava un esperto. Sapeva di non sapere, umile antidoto a figuracce e sfondoni.