Antifascismo prêt-à-porter

«Allarme sono fascisti!». Il pestaggio mortale a Verona fatto da cinque naziskin contro un giovane che aveva rifiutato loro una sigaretta è divenuto un indignato allarme della stampa italiana. Titolo di prima pagina a cominciare dai maggiori. Si era persa nel tempo l'eco della dichiarazione di Berlusconi che accettava il 25 aprile a condizione che esso fosse riconosciuto come festa di tutti coloro che avevano combattuto per la patria. Ma era ancora nell'aria l'accettazione di Gianfranco Fini della festa della liberazione, che pure aveva aperto il percorso delle morti rosse in tutto il nord, il celebrato triangolo della morte in Emilia.

Giancarlo Pansa ha avuto il coraggio di testimoniarlo da antifascista. Ma questo suo titolo politico non gli ha risparmiato il tumulto comunista verso la sua attività di presentatore dei suoi libri. Era difficile pensare che gli sconfitti dell'aprile azzurro rinunciassero tanto facilmente all'antifascismo e all'antiberlusconismo. I postcomunisti non hanno mai compiuto il passaggio socialdemocratico fatto dalla socialdemocrazia spagnola e da quella tedesca, ambedue proprie di Paesi che avevano conosciuto regimi autoritari e totalitari. Mentre in Germania e in Spagna l'antifascismo è stato superato e ricondotto alla universalità della democrazia, in Italia è rimasto il patrimonio di un partito comunista che non ha mai voluto riconoscere che Turati e Matteotti avevano ragione contro Gramsci e Togliatti e che Craxi aveva fatto le scelte giuste ed Enrico Berlinguer quelle sbagliate.

Il fischio del congresso socialista di Verona, nell'84 a Enrico Berlinguer fu un fischio socialista. Ed è stato ripagato con la distruzione del Psi e la dannazione della memoria di Bettino Craxi. Nel caso di Verona il primo a parlare di antifascismo è stato Massimo D'Alema a cui la dichiarazione di Fini non era bastata, voleva anche la professione di antifascismo. Come se si chiedesse a lui quella di anticomunismo, visto che i postcomunisti hanno voluto e imposto alla stampa che non si parlasse più di comunismo in Italia. E fosse visto come cosa nuova il gruppo dirigente dei burocrati che prese nel '94 il posto nel Pds dei comunisti storici, che erano stati una grande classe dirigente, a cui il Paese deve molto. Baffino ha ridotto tutto a se stesso: ed ora l'ira lo morde perché ha dovuto cedere le armi a Veltroni e Veltroni giace sul terreno. Torna l'antico dilemma: che fare? Di nuovo l'unità a sinistra con i desaparecidos del 13 e 14 aprile, rivitalizzare Bertinotti, riprendere Mussi? Ma ha perso definitivamente Prodi, l'avversario, ma anche il cattolico adulto che gli aveva permesso di fare il postcomunista senza pagare dazio. E l'antifascismo è buono per questo. Sa che la forza dei postcomunisti è stata quella di avere i giornalisti dalla loro, di nuovo ben lieti di avere un titolo legittimante per dire «esistiamo come identità ideale», nonostante Beppe Grillo.

Ma cosa è questo antifascismo se non una nuova forma della lotta tra correnti interne al Ds del Partito democratico e quindi tra D'Alema e Veltroni? La stampa che ha sempre ignorato le stragi dopo la liberazione che solo Pansa ha testimoniato, non ha diritto a difendere la democrazia e la libertà, nemmeno contro i fascisti perché le ha già cedute al potenticchio di turno.
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