Antifascisti

Povera Milano. È un brutto passato che ritorna, è un brutto presente che ci allarma, è un brutto futuro che ci angoscia. Come negli anni Settanta - formidabili, parola di Mario Capanna - quando ogni sabato veniva all’ombra della Madonnina recitato il copione della violenza e del disordine, anche ieri, appunto un sabato, qualche centinaio di energumeni ha paralizzato e devastato il cuore di questa nostra grande, civile metropoli. Milano è stata aggredita, e gli aggressori - muniti delle tradizionali bottiglie molotov e, come novità, di bombe carta contenenti piombo fuso - hanno agito con indubitabile premeditazione. Oltre a bombe e bottiglie erano stati apprestati anche i passamontagna per coprire le facce, i caschi, le spranghe, in poche parole l’arsenale della guerriglia urbana.
L’iniziativa degli attacchi è venuta dai centri (a)sociali, che ostentano un’etichetta indegna della loro vera essenza, e che da tanto, troppo tempo, sono vere e proprie cellule d’eversione. Cellule purtroppo sostanzialmente indisturbate, tutelate nel nome di alti principi, da qualcuno - anche nell’ambito della politica normale - apertamente favorite. I capetti e la manovalanza di questo oltraggio a Milano hanno preteso di dargli la motivazione di rito, assolutoria per ogni nefandezza: l’antifascismo. Si vuole infatti che l’annuncio della riunione d’un movimentino di destra, Fiamma Tricolore, che pochi conoscono e che nessuno prende molto sul serio, costituisse una provocazione: termine sinistro - è proprio il caso di dirlo - che nella «lingua di legno» sovietica doveva legittimare ogni sopruso del regime, dal carcere alla fucilazione o alla forca.
I disordini erano dunque annunciati, tanto che la marcia su Milano dei centri sociali era stata preventivamente vietata: il che non è bastato per impedire che cominciassero e che degenerassero. Lo so, le forze dell’ordine dell’Italia democratica sono prese nella morsa di due esigenze opposte: da una parte quella di assicurare sicurezza ai cittadini; dall’altra quella di non scatenare, con azioni che pure la gente approverebbe con entusiasmo, l’accusa di voler infierire - ricordate il G8? - su ragazzi benintenzionati e generosi. Ho l’impressione che in altri Paesi non meno democratici del nostro - così la Francia tormentata da un insurrezionalismo strisciante - si pratichi all’occorrenza il pugno di ferro. Contro i casseurs nostrani il pugno di ferro ci vorrebbe: per evitare che quelle masnade truci spadroneggino, e anche per evitare che, nella latitanza o debolezza dell’autorità, i cittadini abbiano la tentazione di farsi giustizia da sé (lo si è visto proprio ieri, in alcuni significativi episodi).
I partiti del centrosinistra hanno preso le distanze, anche con espressioni indignate, dalle gravi turbolenze milanesi. Non dubito della personale ripugnanza di Prodi o di Fassino per la belluina esibizione dei no-global e affiliati. Ma due osservazioni a mio avviso s’impongono. La prima è che circola a sinistra - anche in quella ragionevole - il principio che la lotta antifascista autorizzi e riscatti la violenza e la prevaricazione. Infatti vengono rivendicati come evento fausto della vita nazionale i tumulti di Genova (luglio 1960) che impedirono il congresso del Msi, partito legale. La seconda osservazione è che i sabati di trenta e più anni or sono, rimasti nella memoria dei benpensanti milanesi come un incubo, acquistano nella saggistica progressista le caratteristiche d’un momento di crescita democratica: di Milano e del Paese. E il ’68 viene considerato un mito positivo. Insomma il rischio è che gli sfasciatutto di ieri, deplorati oggi, diventino domani - anche per la sinistra in doppiopetto - gli eroi d’una stagione milanese da ricordare a lettere d’oro.