Antifinismo militante

Gianfranco Fini è sotto accusa per alcune affermazioni sul colonialismo. L’Unità ha addirittura trascritto le parole dell’ex ministro degli Esteri, per marchiarle d’infamia, nella striscia rossa che sta sotto la testata. «L’Europa - Fini dixit - è stata un elemento di civilizzazione e non tutte le pagine del colonialismo sono negative: se pensiamo a come sono ridotte oggi l’Etiopia, la Somalia e la Libia e a come stavano sotto l’Italia, credo che ci debba essere una rivalutazione del ruolo italiano in quei Paesi». Una bestemmia. Uno scandalo. Su Repubblica Tahar Ben Jelloun sostiene che Fini «segue una moda razzista della destra» e Angelo Del Boca sintetizza: «Abbiamo invaso e tolto la libertà».
Non è obbligatorio, ci mancherebbe, essere d’accordo con Fini né su questo né su altri temi. Ciò che preoccupa, nelle reazioni citate, e in generale nelle cronache «progressiste», è il tono da «ma come si permette», è la pretesa che su alcuni momenti ed eventi della storia vi sia una sola versione lecita, e che ogni altra versione venga ritenuta inaccettabile, ripugnante. Questo dogmatismo arrogante non vale per tutti. È applicato solo ai temi che hanno in sottofondo il fascismo. Ho letto qualche giorno fa un’intervista di Cossutta, per i suoi ottant’anni, nella quale il veterano del comunismo ribadiva convinzioni e ricostruzioni storiche che ai più, dopo quel che è successo, sembrano ancor più che infondate, grottesche. Ma vengono ritenute affar suo, e comunque lecite in un Paese dove vige la libertà di pensiero: così come le opinioni di Bertinotti su Fidel Castro. Ma questo a Fini non è concesso. Deve proclamare ogni momento il suo antifascismo, e non basta mai.
Conosco le pagine nere del colonialismo, e gli errori di quello fascista che fu anacronistico, pasticcione, e in alcuni episodi sanguinario. Ma è proprio vero che il colonialismo fu solo oppressione e crudeltà? Tutti gli imperialismi, coloniali e non, sono stati spietati. Lo fu quello romano. Ma vogliamo affermare che le conquiste romane furono unicamente distruzione? E le conquiste di Alessandro Magno furono unicamente massacri e violenza? Nessuno osa affermarlo seriamente, in sede storica e culturale. Ma se si passa da secoli remoti agli ultimi secoli, viene imposta una vulgata demonizzatrice. Penso tutto il male possibile del modo in cui Rodolfo Graziani governò brevemente l’Etiopia, ma non ritengo si debba ignorare che con l’imperatore Hailé Selassié, internazionalmente vezzeggiato, in Etiopia vigeva la schiavitù, i contadini erano sfruttati senza pietà, le carestie mietevano centinaia di migliaia di vittime.
Fu sacrosanta l’aspirazione dei popoli sottoposti al dominio coloniale all’indipendenza, considero quest’ultima un’acquisizione doverosa. Mi è concesso tuttavia d’osservare che dell’indipendenza quei Paesi hanno fatto - con rarissime eccezioni - l’uso peggiore? In Etiopia, tolto di mezzo il potere feudale di Hailé Selassié, vi fu Menghistu al cui confronto Graziani era un dilettante della repressione, la Somalia è nelle condizioni che sappiamo, la Libia ha avuto in sorte un mare di petrolio e un dittatore, il colonnello Gheddafi, che ha riconosciuto la responsabilità del suo regime in un terribile attentato terroristico. È vietato esercitare la memoria, oltre che sulle nefandezze coloniali, sulle nefandezze post-coloniali? La dominazione francese poteva essere brutale, ma ho la certezza che mai sotto di essa si sarebbe arrivati alle spaventose stragi dei Khmer rossi in Cambogia.
Secondo Del Boca «nelle ex colonie non c’era libertà, non c’erano scuole, non c’era nulla». Riferiamoci all’Etiopia, l’Impero fascista. C’erano tutte quelle belle cose - libertà, scuole, sanità - con gli schiavi incatenati? È facile, per i demagoghi di sinistra, rovesciare tutte le colpe e le responsabilità d’un oggi drammatico sul colonialismo di ieri, perfino l’immigrazione ne sarebbe conseguenza. Ma quando mai. E per quanto riguarda il razzismo, le persecuzioni delle popolazioni arabe nei confronti delle popolazioni nere africane trovano paragoni solo nell’Olocausto o in vicende di quella tragica portata. La visione d’un Occidente malvagio che turba la serena convivenza dei nativi è sbagliata e stupida quanto la visione d’un Occidente provvido mosso, nelle sue conquiste, da intenti umanitari. Il già citato Jelloun sostiene che «i popoli che bussano alle porte dell’Europa sono gli stessi che dall’Europa sono stati colonizzati e hanno visto portarsi via tutta una serie di opportunità e diritti». Questa è favolistica, non sociologia e tanto meno storia.
Fini ha violato un tabù da alcuni eretto a dogma nel nome dell’antifascismo. C’è stato nei giorni scorsi un ennesimo dibattito sulle leggi razziali italiane nel quale i puri e duri della lotta al bieco regime littorio negavano, più o meno, che l’antisemitismo fosse stato ignorato nell’Italia fascista - i soliti Preziosi e Farinacci non influivano sulla sensibilità di massa - fino alle odiose leggi razziali. Ma no, non si può, non si deve dirlo. Mussolini come Hitler, il maresciallo De Bono come Pol Pot. Vade retro Fini: «No pasaran».