Antimafia, il Csm fa un favore a Caselli e «premia» il pm del processo Tortora

Slitta il plenum per la superprocura. Nomina ad interim per Lucio Di Pietro

Come avevamo previsto, il Consiglio superiore della magistratura ha fatto scempio ancora una volta della legge e delle regole. E questa volta non si è rivoltato contro una legge del Parlamento con il pretesto di difendere l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ma ha violato la sua legge e le sue regole, ha umiliato la volontà della stessa maggioranza dei suoi membri, ha compromesso la sacrosanta aspettativa e il prestigio di uno dei magistrati più meritevoli e più preparati. Il 3 agosto scadeva il mandato di Pier Luigi Vigna alla Direzione nazionale antimafia, e il Csm doveva provvedere alla nomina del suo successore; erano rimasti in campo due candidati, il procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli e il procuratore di Palermo Piero Grasso. La competente commissione aveva proceduto alla votazione preliminare, attribuendo tre voti a ciascuno dei due; il ministro della Giustizia doveva esprimere il suo gradimento non vincolante all’uno o all’altro dei candidati, o ad entrambi o a nessuno dei due; e infine il plenum si doveva riunire per la scelta decisiva. Ma non è stato possibile, il plenum non si è potuto riunire, gli è stato impedito ricorrendo a un misero espediente: il tempo è scaduto e tutto è stato rinviato a settembre. Perché? Perché hanno impedito al plenum di votare? Perché, se avessero votato, Piero Grasso sarebbe stato nominato subito e a grande maggioranza, prevalendo su Caselli, che al massimo avrebbe avuto i 9 voti dei membri togati delle correnti di sinistra di Magistratura democratica e dei Movimenti e del consigliere laico eletto dai Ds Luigi Berlinguer, con almeno i 13 voti dei membri togati di Magistratura indipendente e di Unità per la Costituzione e dei membri laici eletti dalla Casa delle libertà e del membro laico del centrosinistra, il socialdemocratico Schietroma. Cambieranno forse le cose a settembre? Certamente no, se Grasso confermerà la sua candidatura, perché non c'è nessuna ragione per cui a settembre possa cambiare opinione qualcuno di coloro che erano pronti a votarlo subito. Ma a settembre non potrà più contrapporglisi Caselli, a causa dell’emendamento introdotto all’ultimo momento nella legge di riforma dell’ordinamento giudiziario approvata dal Parlamento e subito promulgata questa volta da Ciampi, che richiede per la nomina agli incarichi direttivi che il magistrato abbia almeno altri quattro anni in carriera, requisito che Caselli non ha. A settembre quindi Grasso sarà eletto, forse con ancora più voti e magari all’unanimità, ma Caselli non subirà l’onta di essere sconfitto da Grasso in un confronto alla pari, e anzi ne uscirà come un martire perseguitato dalla maggioranza filomafiosa di centrodestra, e potrà pure ricorrere contro la sua esclusione, magari affiancato dal Csm che solleverà conflitto di attribuzione dinanzi alla Consulta contro l’emendamento che lo esclude e contro tutta la legge di riforma, e forse potrà persino rientrare in gioco. Chi ne uscirà invece male sarà proprio Grasso, che passerà per essere stato ingiustamente favorito, e che alla fine magari sarà escluso. Così, paradossalmente l’emendamento detto anti-Caselli si ritorcerà contro Grasso, che da tempo, da quando è andato a sostituire Caselli alla direzione della procura di Palermo, è fatto segno a un vero e proprio linciaggio da parte dei sostituti procuratori ex caselliani e della stampa di sinistra con l’accusa di essere un «normalizzatore» e un «restauratore», solo perché nella gestione dei «pentiti» e dei processi di mafia e politica non segue le orme giustizialiste e fallimentari del suo predecessore.
Ma la minoranza che con questo espediente ha bloccato e umiliato la maggioranza del Csm, inficiando «l’indipendenza e l’autonomia» dell’organo di autogoverno della magistratura, e quindi la magistratura stessa, è responsabile, forse inconsapevolmente, di un altro capolavoro. Il 3 agosto Vigna se ne deve comunque andare e, non essendo stato eletto il suo successore, sarà sostituito alla direzione della Superprocura antimafia dal più anziano dei suoi vice. E chi è il più anziano dei suoi vice, chiamato a dirigere la lotta alla mafia. È un magistrato napoletano e si chiama Lucio Di Pietro, ed è un eroe della lotta alla camorra per essersi coperto di gloria con quello che venti anni fa doveva essere il grande processo alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ma che è passato alla storia, e ci resterà, come l’infame processo a Enzo Tortora.
La notte di venerdì 17 giugno 1983 il pm della procura di Napoli Lucio Di Pietro, che aveva firmato 855 mandati di cattura, fece arrestare 412 presunti camorristi, tra cui, più presunto degli altri, Enzo Tortora. Le accuse si reggevano essenzialmente sulle denunce di due «pentiti»: Pasquale Barra, detto «l’animale», famoso soprattutto perché aveva ucciso in carcere Francis Turatello, e dopo averlo ucciso, gli aveva sfondato il torace a pugni e a calci, ne aveva estratto il cuore e se l’era mangiato, e Giovanni Pandico, psicolabile e paranoico, entrato e uscito dai manicomi giudiziari, che aveva ferito il padre, avvelenato la madre, dato fuoco alla fidanzata e alla madre della fidanzata, sparato all’impiegato del comune che tardava a rilasciargli un certificato, al sindaco, alla segretaria del sindaco e alla guardia municipale.
Dei 412 presunti camorristi arrestati la notte del venerdì nero, 87 dovettero essere scarcerati più o meno presto, perché erano stati arrestati per sbaglio, per «omonimia», si chiamavano «Gennaro Esposito», ma non erano i Gennaro Esposito indicati dai «pentiti»; una sessantina furono assolti già nel processo di primo grado, quello in cui Tortora fu condannato a dieci anni, e altri 114 furono assolti, assieme a Tortora, nel processo di appello: alla fine, 216 disgraziati, compreso Enzo Tortora, risultarono innocenti dalle accuse dei «pentiti», creduti e non riscontrati. Tortora in galera maturò il cancro e ne morì poco dopo l’assoluzione.
In tutto, Lucio Di Pietro interrogò Enzo Tortora tre volte, una volta a Roma al Regina Coeli, una volta nel carcere di Bergamo, l’ultima volta a Napoli nella caserma Pastrengo. Nel primo interrogatorio gli fece quattro domande: se aveva conosciuto un certo Domenico Barbaro, che diceva di avergli spedito dei «centrini» per un concorso della sua trasmissione alla Rai, e di non essere stato pagato; se aveva conosciuto un certo Guarnieri, che gli aveva scritto una lettera ma non gliel’aveva spedita e la conservava nella cella; se era mai stato a Ottaviano, il paese di Cutolo, alla cui organizzazione sarebbe stato affiliato; e se conosceva una donna, di cui gli mostrò la fotografia, in casa della quale sarebbe avvenuta l’affiliazione. Come fu categoricamente accertato nel processo di appello, Tortora non aveva mai conosciuto né Barbaro né Guarnieri, non era mai stato ad Ottaviano, non aveva mai conosciuto quella donna, e tanto meno era mai stato a casa sua. Nelle more del processo, Lucio Di Pietro fu intervistato da un famoso giornalista: «Abbiamo lavorato per quattro o cinque mesi sui verbali dei pentiti - disse Di Pietro - a identificare le persone, a cercare ogni riscontro, a far rilievi fotografici. Controllo dopo controllo, è affiorata la scoperta più sconvolgente: la camorra non è costituita dal killer, dall’estorsore, dal rapinatore, ma anche da soggetti che appartengono a categorie e professioni di solito insospettabili. Come Tortora. Questa scoperta si è poi riflessa negli 855 ordini di cattura».
Lucio di Pietro, nonostante il crack del processo a Tortora e alla Nuova camorra organizzata, ha fatto una brillante carriera, scalando tutti i gradini della nomenklatura inquirente. Ora, mercé l’inghippo della minoranza del Csm, è arrivato addirittura a dirigere la Superprocura nazionale. Quale nuove scoperte farà e in quante centinaia di mandati di cattura si rifletteranno?
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