Antipolitica? Il rimedio sono i circoli

Antipolitica e blog, circoli e partiti. Il dibattito si allarga di giorno in giorno ma credo che su alcuni punti sia ancora necessario fare un minimo di chiarezza.
Una giusta dose di antipolitica è fisiologica in una democrazia, è la medicina che aiuta a correggere la rotta quando occorre e a non perdere mai di vista le trasformazioni e i bisogni di una società. L’antipolitica diventa patologia e quindi una sindrome allarmante quando si rompe il patto tra i cittadini e chi li amministra, un patto che non è fondato solo sulla fiducia ma su un elemento altrettanto indispensabile e molto meno complicato: la capacità di ascolto della politica.
Se il cittadino comune ogni mattina sfoglia il giornale o apre un libro e scopre l’elenco interminabile dei costi, dei privilegi e degli sperperi della politica, si indigna e farà sentire la sua protesta, ma la protesta finirà in piazza quando va al supermercato e si accorge, dalla sera alla mattina, che un pacco di pasta, non di caviale, gli costa qualche euro di più al chilo. È allora che la protesta diventerà antipolitica: la rivendicazione gridata di un diritto all’ascolto che è anche la riaffermazione del diritto a vedersi riconosciuta la propria identità e il proprio ruolo.
Il successo dei blog e della comunicazione via internet è la conferma di questa esigenza primaria che riaffiora nei momenti di crisi profonda di una società: «Io esisto e voi, signori della politica, ne dovete tener conto, non potete far finta di niente». Ma persino i blog, nel loro linguaggio a volte crudo ed estremo e così facile da strumentalizzare per il tribuno del momento, indicano qualcosa di ben diverso da ciò che appare a una lettura superficiale. Non esprimono la voglia di cancellare la politica, ma di rinnovare la politica (lo dimostrano ogni giorno i messaggi che arrivano al blog del mio sito).
Quando Di Pietro liscia il pelo a Beppe Grillo, l’ultimo regalo del governo Prodi, e profetizza la sparizione dei partiti, tranne il suo ovviamente, dice una sciocchezza colossale (e su questo molti amici del mio partito dovrebbero riflettere...). L’onda d’urto della protesta via internet non sta tracciando nel nostro Paese l’inizio di una rivoluzione antidemocratica ma sta segnalando il bisogno di ritrovare presenza e appartenenza. I sondaggi a cui la politica ricorre ormai abitualmente per scandagliare gli umori dell’elettorato, sono uno strumento parziale e passivo d’indagine; i blog, invece, con tutti i loro limiti, sono uno strumento molto più libero e attivo e quindi ben più impegnativo. Sono una chiamata al senso di responsabilità e all’azione. I blog non sono la voce del popolo, non tutti possono cliccare su un sito, né internet sostituisce la politica né i partiti: essi chiedono di ritrovare politica e partiti degni di questo nome, in grado di decidere e di agire.
Un’ulteriore conferma del desiderio di politica che paradossalmente si nasconde dentro il vuoto della politica è l’altro fenomeno nuovo di questo scenario in movimento. Chi ironizza sui «circoli» dei cittadini e li liquida come un’invenzione effimera e poco più che virtuale, non coglie l’importanza della loro funzione. I circoli - l’ultimo dei miei l’ho inaugurato domenica sera in provincia di Novara - sono l’antidoto naturale all’antipolitica perché restituiscono a chi ne fa parte non solo voglia di protestare, ma voglia di fare e di partecipare, e perché obbligano chi fa politica all’attenzione e alla comprensione. Ed è significativo che i circoli siano nati e si siano sviluppati all’interno del mondo liberale delle forze politiche di centro destra: dimostrano come sia questo il solo mondo capace d’intercettare e interpretare anche le svolte più traumatiche indirizzandole lungo i binari dell’interesse nazionale.
I partiti che si richiamano al popolo stanno cavalcando l’aspetto deteriore, demagogico e qualunquista dell’antipolitica e dei blog trascinandosi appresso, volente o no, l’intero governo. I partiti liberali si preoccupano invece di riannodare sul territorio il legame spezzato della classe politica con l’Italia che esiste, lavora, produce e chiede di essere compresa e «raccontata», attraverso decisioni chiare e programmi ancora più chiari. E, certo, non si accontenta di elemosine e di mance. L’ultima Finanziaria è la Finanziaria di una «casta» che capisce poco o nulla di ciò che sta succedendo. Le brioches a una folla che protesta non hanno mai funzionato, da Maria Antonietta in poi.