Antisemitismo, la strana rimozione

Nei procedimenti di epurazione dei professori universitari compromessi col fascismo si sorvolò spesso sulle posizioni antiebraiche

Molto sbalordimento ha destato, nel mondo un po’ ipocrita del politicamente corretto, la notizia che un noto intellettuale del Pci come Lucio Lombardo Radice, nulla obiettasse, negli anni Sessanta, al fatto che Sabato Visco, firmatario del Manifesto degli Scienziati Razzisti del 1938 e poi Capo dell’Ufficio Razza del Ministero della Cultura Popolare, avesse potuto continuare tranquillamente la sua carriera accademica nel dopoguerra, come preside di un’importante Facoltà romana.
Tanto stupore per nulla, verrebbe da dire, se si pensa che quell’insensibilità per il crimine di antisemitismo costituì, dopo il 1945, una prerogativa non soltanto della sinistra comunista, ma fu invece un comportamento comune di gran parte del mondo politico che si apprestava a porre le basi della prima Repubblica. Se la Dc infatti spalancò paternamente le sue braccia ai tanti figlioli prodighi che si erano contraddistinti nell'esaltazione della politica razziale fascista, anche i partiti di democrazia laica e liberale non furono da meno nell’opera di riciclaggio o di «redenzione», come oggi eufemisticamente si preferisce dire, di chi cercò con grande buona volontà di creare le condizioni per una Shoah italiana.
Il grande perdono si sarebbe esteso anche ad alcuni collaboratori del Dizionario di politica, che il Partito Nazionale Fascista pubblicava nel 1940. Un testo che meriterebbe una ristampa, oggi, per tacitare chiunque sia convinto ancora che l’apparato di discriminazione e di persecuzione del 1938 fosse stato tutt’al più il portato incidentale della polemica antiborghese di Mussolini. Fu invece antisemitismo, elevato a dottrina coerente e sistematica, da alcuni importanti esponenti della cultura fascista. Tra questi, Delio Cantimori, futuro caposcuola della storiografia marxista del dopoguerra, Carlo Costamagna e Carlo Curcio che, insieme ad altri Mussolini's intellectuals, tentarono di fornire una versione dell’antisemitismo italiano, originale nei confronti di quella nazionalsocialista.
Non dunque un razzismo biologico, ma piuttosto culturale, ideologico, politico, che estendeva in massa ai non ariani la qualifica di «italiani non nazionali». La stessa che il regime aveva attribuito ai suoi oppositori. Razzismo, in ogni caso, egualmente aggressivo, se il direttore di fatto del Dizionario, il glottologo Antonino Pagliaro, poteva scrivere, alla voce Fascismo, che «il problema della razza, che aveva già un fondamento nella coscienza profondamente nazionale che domina la Rivoluzione fascista, è andato sempre più maturando verso una energica soluzione», resasi necessaria dall’«infeudamento progressivo, divenuto ormai intollerabile, del mondo occidentale cosiddetto democratico ad una mentalità schiettamente giudaica, estranea ed antitetica alla coscienza fascista; e soprattutto ad essa nemica». Una polemica che proseguiva nell’articolo Antisemitismo, dove si definiva questo orientamento come un «movimento politico e sociale che, giudicando gli ebrei, come un popolo inassimilabile, e quindi pericoloso alle società nazionali non ebraiche, si propone di combattere ogni attività di essi nella vita pubblica, politica, sociale nei rispettivi paesi», e dove si aggiungeva che «l’antisemitismo risponde all’esistenza di un movimento promosso dagli ebrei per conquistare l’egemonia mondiale, e che si manifesta con la presenza di ebrei nei ceti o nei movimenti che tendono ad annullare i fattori dell’individualità nazionale».
Pesanti come macigni, queste parole avrebbero dovuto essere utilizzate come primari e principali capi di accusa, nel procedimento di epurazione a cui Pagliaro, docente di Glottologia presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, veniva sottoposto dopo il crollo del regime. Cosa che invece non accadde. La Commissione per l’epurazione del personale universitario, composta anche da Luigi Salvatorelli, decideva, il 6 dicembre 1944, la «dispensa dal servizio», ritenendo Pagliaro «indegno di servire lo Stato», a causa di «ripetute manifestazioni di apologia fascista mediante attività pubblicistica cospicua», come risultava «dalla prefazione del Dizionario di politica e da talune voci da lui personalmente redatte». Ma nessun accenno veniva fatto, nel dettaglio della sentenza, ai contenuti antisemiti di quelle voci.
A sostegno di Pagliaro si erano mossi, prima ancora di quel verdetto, alcuni tra i più prestigiosi docenti della Facoltà romana (da Natalino Sapegno a Pietro Toesca, a Pietro Paolo Trompeo), fornendo all’imputato numerose testimonianze a discolpa, che la Commissione, preposta al risanamento dell’ateneo della capitale, non ritenne però di prendere in considerazione.
Ma la mobilitazione a suo favore aveva coinvolto non solo i professori romani, come dimostra un’inedita documentazione conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato. A suo sostegno, erano intervenuti Carlo Antoni e Guido Calogero, con delle lettere indirizzate a Pagliaro, rispettivamente il 25 agosto e l’8 settembre 1944. Si trattava di due intellettuali noti per il loro antifascismo militante. Il primo, vicinissimo a Croce, era stato attivo nel circolo frondista di Maria José di Savoia e aveva intrattenuto prima del 25 luglio, rapporti con esponenti del Pci, come Concetto Marchesi. Il secondo, allievo di Gentile, era stato nel 1937, con Aldo Capitini, fondatore del movimento liberalsocialista, che, insieme al nucleo di Giustizia e Libertà, avrebbe costituito una componente fondamentale del Partito d’Azione. Di una formazione politica, cioè, che si sarebbe sempre contraddistinta in appelli alla fermezza di stampo giacobino, per non consentire alcun cedimento nella punizione dei crimini fascisti.
Se comprensibile, anche se non giustificabile, può sembrare l’intervento di Antoni, legato a Pagliaro dalla militanza nel movimento nazionalista prima e durante la Grande Guerra, quello di Calogero appare davvero stupefacente. E poco servono a motivarlo i rapporti di buon vicinato contratti con Pagliaro, durante la comune collaborazione all’Enciclopedia italiana diretta da Gentile. Perché dunque quella lettera, scritta negli stessi mesi in cui l’intellettuale azionista, nominato membro supplente dell’Alta Corte di Giustizia, redigeva la sua Difesa del liberalsocialismo? Perché quella testimonianza giustificatoria, che finiva per assolvere anche l’antisemitismo di Pagliaro, e che fu determinante nel procedimento d’appello contro la prima sentenza, conclusosi nel 1945, nel quale, la pena di Pagliaro fu ridotta ad un solo anno di dispensa dal servizio?
Molte le risposte ipotizzabili per questi quesiti. In primo luogo, il fitto tessuto delle amicizie personali, delle solidarietà di ceto, di professione, di lobby, di appartenenza ad associazioni di carattere non pubblico, trasversali alle divisioni dello schieramento politico, che avrebbero inceppato, in molti altri casi e soprattutto in quello di Pagliaro, il funzionamento della macchina giudiziaria preposta alla bonifica antifascista. In secondo luogo, un fattore di carattere politico e culturale, a causa del quale, nel primissimo dopoguerra, per molti esponenti delle forze democratiche l’accusa di antifascismo avrebbe ridimensionato quella di antisemitismo fino a farla scomparire. Era questo il frutto non di una deliberata ostilità verso i figli di Israele, ma probabilmente solo di un’antica e generalizzata diffidenza nei loro confronti. Sentimento, diverso certamente dall’antisemitismo nazista e fascista, ma solo come lo è una droga leggera in grado molto spesso di aprire la strada al consumo di quella pesante. Sentimento, dal quale non rimasero immuni anche alcuni grandi intellettuali progressisti del Novecento (da Salvemini a Isaiah Berlin), e che pare aver almeno sfiorato lo stesso Benedetto Croce, che ancora alla fine del 1945 avrebbe definito, se non ammissibile, almeno scusabile, un atteggiamento di «antisemitismo teorico», a condizione che questo non degenerasse nella violenza di una sistematica persecuzione. Peccato veniale, quest’ultimo, una volta paragonato alla lettera di Guido Calogero nella quale si tranquillizzava il razzista Pagliaro sul suo futuro, sostenendo che, pur avendo egli militato nella parte sbagliata, nulla poteva essergli imputato «anche a termini di legge».
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