Antologia d’autore

«Per Scerbanenco il Purgatorio non esiste, per questo ci obbliga a scegliere in ogni pagina tra l’Inferno e il Paradiso». Così recita la quarta di copertina dell’antologia I sette peccati capitali e le sette virtù capitali (Garzanti, pagg. 252, euro 18) che ripropone 14 racconti che mettono a nudo «l’imprevedibile Divina Commedia tutta contemporanea» messa in scena da Giorgio Scerbanenco. Quest’originale raccolta era stata pubblicata per la prima volta nel 1974 da Rizzoli con una bella copertina tribunalizia disegnata da John Alcorn (che ci mostrava una ragazza discinta davanti a un giudice togato) e le storie che la compongono («dove possiamo vedere che il bene e il male esistono ancora, e possiamo soppesare la loro eterna differenza») erano state edite singolarmente su Novella fra il 1962 e il 1963. La scelta operata da Scerbanenco per i peccati capitali è quella classica. Sfilano così in sequenza: lussuria, accidia, superbia, avarizia, ira, invidia e gola. Ma è davvero singolare lo svolgimento dei drammatici racconti proposti: nel primo un’ex-fidanzata, fingendo di testimoniare a suo favore, trascina letteralmente «nella polvere» il viveur Gianfederico Marsiliani, sciupafemmine incallito; nel secondo, la donna del ruvido Alfredo fa amicizia con una vicina di casa prostituta e malata di tisi che sembra essere l’unica a comprenderla; nel terzo, una «Penelope» dei nostri giorni soffre superba per l’abbandono del marito e pur sapendo di non amarlo più continua ad attenderlo; nel quarto, una diva del teatro in ascesa rischia di perdere tutto per il suo attaccamento «come una cimice» al denaro; nel quinto, il soldato Jerome Allen finisce davanti al plotone di esecuzione poco dopo lo sbarco di Anzio a causa della sua irrefrenabile capacità di imbestialirsi e fare a pugni col mondo intero; nel sesto, Francesca si trova ad aver problemi di stomaco e a saltare addirittura i pasti per la bile che le ribolle in corpo al solo sentire il nome della compagna di scuola Isabella (bella, fiera e antifascista); nel settimo, lo stimato avvocato Titti Damiasi accetta di sposare l’avvenente Rachele, anche se non è «né chic né illibata» perché si lascia tentare dalle eccellenti lumache marinate che la donna cucina alla perfezione.
Originale risulta quindi la selezione operata da parte di Scerbanenco per le sette virtù capitali da mettere sulla pagina: purezza, coraggio, amore fraterno, speranza, generosità, rassegnazione, volontà. In un intervento pubblicato su Novella nel maggio 1963 lo stesso Scerbanenco spiegava: «Siamo tutti un po’ abituati a pensare che l’uomo sia tutt’altro che una creatura perfetta, che i suoi difetti, vizi, aberrazioni, siano infiniti, e le virtù pochissime, e ho invece fatta la felice e consolante scoperta che le possibili virtù umane erano tante che non sapevo più come decidere quali fossero le più importanti \ Il maggior piacere in questo mio lavoro è stato capire e convincermi, attraverso la ricerca delle possibili virtù umane, che l’uomo con tutte le sue imperfezioni, è assai migliore di quello che diciamo e può possedere molte e molte virtù, di cui le sette che presento sono soltanto una parte».
Però nonostante quello che Scerbanenco afferma, queste non sono di certo storie con l’happy end (salvo rari casi) e come sempre ci mostrano quanto sia difficile la redenzione per gli esseri umani colpiti dalla sfortuna e dalla povertà. Peccati e virtù per Scerbanenco hanno un percorso spesso parallelo nell’esistenza quotidiana, perché in fondo «la vita è un pozzo delle meraviglie, ci puoi trovare di tutto: stracci, brillanti e coltellate alla gola».