Antonio Catania: «Facevo l’olio ho scelto il cinema»

Lava, fuoco, fumo nero. Antonio Catania attore si porta dentro, nella voce e negli occhi, colori, odori, luci della terra sua, la Sicilia che gira attorno ad Acireale, sito di origine: «Memorie lontane e ancora calde: Nunzio SetteCappelli,lo chiamavamo così perché portava in capo sette cappelli di feltro, era uno scemo di guerra, ci caricava sul suo carretto di cuscinetti a sfera, eppure era un artista, solitario in mezzo al nostro circo, al teatro dei pupi che è tutta l’isola, che cosa altro era la Sicilia allora? Terra bellissima ma arretrata». Così arretrata che Olimpia, madre di Antonio, aveva quindici anni quando provvide al parto, dopo la fuitina successiva a un consummatum est: «Si sposarono in sacrestia, mia madre e Salvatore, mio padre che aveva ventotto anni, studente e poi insegnante di elettronica nell’epoca in cui stava nascendo la televisione».
Antonio Catania, dunque, attore di teatro e di cinema e ancora di televisione, siculo nel dire, cioè lento, riflessivo e improvvisamente solare ed etneo, un’eruzione di ricordi, con rare, profonde risate: «Ho studiato filosofia, nonno Pino era professore di filosofia, stava nascosto tra i suoi libri, nella penombra, un profilo distante, quasi estraneo. Sono cresciuto con Olimpia per me madre e sorella, poi zia Venere e nonna Grazia». Prima della filosofia ci furono telluriche scuole elementari: «Il maestro Arena era come Himmler, ci menava con gusto, morì cadendo nella tromba di un ascensore non ancora installato». Aveva otto anni, Antonio, quando la famiglia lo portò sul continente, Reggio Calabria: «Avessi detto, coltellate e ammazzamenti, sangue e agguati. Avevo, avevamo voglia di fuggire, al nord. Così fu, nel Sessantotto». Milano, il panettone al posto dei cannoli, il nebiùn a cancellare il sole: «Papà aveva trovato lavoro come direttore di una scuola professionale a Trescore Balneario, faceva il pendolare, io crescevo con zia Lina e l’avvocato Foti, uomo tutto di un pezzo, isolano di carattere e di stile, ha ispirato le mie figure grottesche. Fu duro l’ambientamento a Milano, mi chiamavano gentilmente “Marocco”, venni bocciato in terza liceo scientifico al Vittorio Veneto, cambiai scuola incominciai a farmi capire anche se odoravo ancora di salsedine e avevo sulla pelle il sole della mia terra. Pensavo di diventare medico, all’università il mio compagno di studi si chiamava Stefano Manca di Villa Hermosa, abitava nel centro di Milano, vicino alla scuola d’arte drammatica Paolo Grassi: “Andiamo a dare un’occhiata, chissà mai”, fu sua l’idea, fu mia la svolta. Io non ero mai andato a teatro, al cinematografo sì, allo Spataro di Acireale a vedere i film di pirati e poi al Rubino e al Meravigli di Milano».
Al Paolo Grassi si presentarono in cento, vennero scelti dieci: «Io fra questi, incominciai con la commedia dell’arte, la maschera riusciva a sconfiggere certe inibizioni. Venne poi il primo lavoro al teatro Litta, con una compagnia catalana in Fuente Ovejuna, tre atti di Lope de Vega». Roba tosta, a casa che dicevano?: «Per mamma ero bravissimo, mio padre non mi ostacolava, veniva a vedermi a teatro ma volle ugualmente trovarmi un lavoro alla Regione: insegnante di storia dell’arte ai mobilieri, due sere alla settimana. Non potevo correre di qua e di là, dunque mi licenziai. Preferivo lavorare molto e guadagnare poco, questa è la vita di un attore agli inizi. Incontrai Lelia, la madre di mio figlio Alessandro, accadde in Grecia. Anche Alessandro ha provato la carriera teatrale ma oggi prepara la tesi di laurea, semeiotica in scienza della comunicazione a Parigi». La vita era bella e zingara nelle città dove recitare: «Scoprii Longiano, vicino a Cesena, ce ne innamorammo, traslocammo in Romagna, assieme a Paolo Rossi e Riondino affascinati come noi (con loro recitai La commedia di due lire). Nella nostra casa di campagna facevamo l’olio, vendemmiavamo, era l’arcadia. Là vive ancora Lelia. Io ho scelto Roma, ho scelto il lavoro abbandonando i campi. Salvatores significa l’Elfo, mi volle in Kamikazen, era l’Ottantasette, venne poi Mediterraneo e sono quarantotto i film». Ancora con Salvatores, (Puerto Escondido, Sud, Nirvana), andando verso Verdone (Ma che colpa abbiamo noi, L’amore è eterno finché dura), Moretti (Il Caimano), Soldini (Pane e tulipani), Scola (La cena) con il passaggio alla televisione, Zanzibar, Francamente me ne infischio e il fresco, felice Giudice Mastrangelo (Uelino, l’autista improbabile del giudice): «Con Diego Abatantuono le cose più belle, con lui l’intesa è immediata, si recita a braccio. Ora sto lavorando a Ho sposato uno sbirro, per Rai, con Insinna.
Non amo particolarmente la televisione, non punta alla qualità, piuttosto a un prodotto facile, a una comicità a volte inutile, i progetti sono anche interessanti poi manca il tempo, mancano i soldi, vengono scelti attori che non sono tali, il sogno finisce. Il teatro dopo un po’ mi annoia, il cinema mi intriga. Avrei un’idea, una storia con tre punti fissi: i bambini, la neve, gli extracomunitari. I produttori scappano: i bambini non tirano, gli extracomunitari poi e la neve lascia orme. Forse ho sbagliato a parlare di questa neve, se avessi puntato sull’altra, forse avrei trovato ascolto». Antonio «Marocco» di Acireale, sta ripensando ai mobilieri traditi, al professor Arena caduto non per la Patria e alla fuitina di Olimpia e Salvatore. E torna a scaldarsi, nella voce e nelle parole, al sole dell’isola, il teatro vero della sua vita.