Antonio: «In ospedale sognavo questo giorno»

Cracovia Il calcio è il solito gentiluomo, capace di restituire quel che ti ha tolto, casualmente. Così è per Antonio Cassano, restituito al rango di protagonista della qualificazione azzurra, otto anni dopo aver vissuto sulla propria pelle la beffa clamorosa del famoso "biscotto" tra Svezia e Danimarca. Allora Antonio, una specie di Balotelli, non ancora sbocciato, tenuto al guinzaglio da Gigi Riva, non riuscì a godere del gol rifilato alla Bulgaria versando sul prato lacrime amare. «Nei giorni in cui ero nel lettino d'ospedale, pensare che mi potesse capitare una occasione del genere, voleva dire fare un sogno. Ho fatto tantissimi sacrifici per arrivare fin qui», è una delle prime confessioni di Antonio Cassano, rese pubbliche dall'intervista esclusiva realizzata da Pierluigi Pardo, di Mediaset, suo amico personale. Allegro, spensierato, irradiato da una luce speciale, con una maglietta bianca di dubbio gusto, spaparanzato su un divano di un albergo, Cassano ha ripreso a divertire e a raccontare del suo vero europeo, il primo promettente dopo tanti tradimenti e tormenti, dopo qualche bocciatura patita nella carne (Sud Africa 2010). «Adesso sono al 60-70% e posso solo migliorare» la convinzione che tiene conto di quel gol di testa inflitto alle torri irlandesi, lui così piccolo. «Eh, amico, ma quando hai Pirlo che ti mette la palla con i giri giusti, è facilissimo: basta partire con un attimo di anticipo sul primo palo», la descrizione di quel gesto che gli è valso anche la coppa del migliore in campo, premiato con tanto di cerimonia nella sala stampa.
Cassano è così: se comincia a parlare, è un fiume in piena. E può ripetere le scuse al mondo gay («adesso conosco la differenza tra quelle parole») e licenziare una serie di battute e di giudizi che partono dai rapporti con Buffon («è un amico di calcio, ci sentiamo sempre, è capace anche di muovere qualche rimprovero») per finire al paragone, inevitabile, con l'altro matto della compagnia, Balotelli. «No, Mario è un bravo ragazzo. Ho chiesto a Pirlo: ma io, da ragazzo, ero così matto? E Andrea mi ha risposto: no, dieci volte più matto» fa sapere Antonio. Che riesce a malapena, del gruppo attuale, a considerarsi «un leader tecnico» perché non possiede tutti gli altri requisiti («sono uno utile? no; sono uno umile? no; sono uno disponibile? no; sono uno che corre? no»). Uno così può scoprire in circolazione solo una squadra più forte dell'italia, «la Spagna e basta», prima di riconciliarsi anche con il Milan e con Silvio Berlusconi che ha tenuto Thiago Silva. «Il presidente è la nostra forza, se decide di vincere, allora noi vinciamo» spiega a chi non conosce da queste parti la realtà del Milan ma sa benissimo che il suo futuro rossonero non è ancora definito, «lo stabiliremo insieme io e la società» la frase civetta.
Ecco, Antonio è una persona finalmente riappacificata con il suo talento e anche con il mondo intero, oltre che con la vita e la piena salute. Persino con la Samp e il suo presidente Garrone. «Un giorno vorrei tornare a giocare con loro, l'ho detto. E se non sarà possibile, farò il tifo da lontano» la chiusura.