Antonio Pizzuto dà le «Pagelle» a frammenti di vita vissuta

Ogni tanto fa bene abbandonare le placide ed emotive pianure della letteratura di questi anni e addentrarsi nel difficile, nell’ambiguità, nelle foreste di significanti, nell’intellettuale (come una volta aveva il coraggio di proporlo Robbe-Grillet). Fa bene, insomma, salire qualche ardua e meravigliosa montagna narrativa, o meglio ancora: camminare meravigliati giù lungo le rive della Liffey, fermandosi a fare quattro incomprensibili chiacchiere (più pinta di Guinness) con Anna Livia Plurabelle (cfr. Finnegans Wake). In sintesi: è stato ripubblicato un altro libro di Antonio Pizzuto.
Sono le Pagelle, a cura di Gualberto Alvino, che insieme ad Antonio Pane è uno dei maggiori studiosi di questo nostro eccentrico classico minore del secolo scorso. Lo ha mandato in libreria Polistampa, che in catalogo raccoglie numerosi altri titoli di Pizzuto come Ravenna, Paginette, Sul ponte di Avignone, Signorina Rosina, Testamento, nonché i carteggi con Gianfranco Contini (Coup de foudre. Lettere 1963-1976), con Margaret Contini (Telstar. Lettere 1964-1976) e con Alberto Mondadori (L’ultima è sempre la migliore. Lettere 1967-1975), mentre il romanzo Si riparano bambole sarà ripubblicato agli inizi di ottobre da Bompiani. Pizzuto intrattenne corrispondenza anche con Carlo Betocchi, Vanni Scheiwiller, lo storico della lingua italiana Giovanni Nencioni e il poeta super siciliano Lucio Piccolo (mancano solo Gadda e D’Arrigo e il quadro delle affinità elettive sarebbe completo).
A chi paragonare Pizzuto? A nessuno. «Splendidamente solo» scrive Alvino, aggiungendo: «Non diventerà mai popolare». «Traumaticamente perfetto», rincara Contini. Lo vediamo anche in Pagelle, libro folle, simile ad alcuni esperimenti di Emilio Villa (da segnalare, qui, l’interesse di Carmelo Bene, fan di Villa, pure per Pizzuto). La prima volta Pagelle uscì presso il Saggiatore di Alberto Mondadori in due volumi, nel 1973 e nel 1975, accompagnato da una versione in francese di Madeleine Santschi. Si racconta che durante la preparazione del libro Pizzuto rimaneggiasse il testo senza avvisare la traduttrice, che senza saperlo traduceva le fasi compositive precedenti. L’edizione del Saggiatore, di fatto, è piena di vertiginose sviste, trivializzazioni, errori di qualsiasi tipo, nonché di commenti e annotazioni che si credevano fatte dalla Santschi ma che poi si è scoperto essere opera dell’autore. D’altronde, andava così. Non dimentichiamo che negli stessi anni il geniale sottobosco italiano si esercitava in libri come L’homme qui descend quelque: roman metamytique o Hisse toi re/ d’amour/ da mou rire (romansexe) appunto di Emilio Villa. Un sovvertimento folle e logico, rischioso e avanguardista, di tutte le regole letterarie e editoriali, ben diverso da quello, un po’ borghese, del Gruppo 63, che tentò in tutti i modi di reclutare Pizzuto tra le proprie fila senza mai riuscirci. Questa edizione di Pagelle, invece, è di natura critica: Gualberto Alvino ha restituito al testo la sua oggettività, senza per questo toglierne i molteplici livelli di lettura.
A differenza delle «lasse» (nome di un componimento tipico pizzutiano dominato dall’uso del tempo verbale dell’imperfetto, cioè calato in un clima di imperfezione e duratività), le «pagelle» sono caratterizzate dall’eliminazione del verbo nei modi finiti (l’atmosfera, cioè, è quella di una soppressione del tempo, dei personaggi, di una generale disgregazione della storia). Non sono racconti né poesie, ma qualcosa di indefinibile, spiazzante: «pezzi di linguaggio» indipendenti gli uni dagli altri, ciascuno di poche pagine, dove si parla di tutto. Contini azzardò la definizione di «poème en prose», facendo arrabbiare Pizzuto, che preferiva «sintassi narrativa». Un esempio, dal titolo Solitudine: «Neve afona, aerea, proteo esagona senza resta, d’alieno latte mantellando, se pressa, crocchiante fastidita in sopore; e questo io qui ben armato, cupido, capriccioso, pettegolo, a catalogarne, che quasi con livore, sue viste determinabili per architetture improprie, di lusso, oltre gli insiemi infiniti detti coscienze...».
Tutto così, per 300 pagine, a proposito delle quali l’autore è stato accusato di tutto: sperimentalismo a oltranza, pointillisme, disgregazione psicologica. Nonché di aver firmato una «nuova forza di gravità letteraria», allo stesso modo di Villa. A queste parole, Pizzuto alzerebbe ancora il sopracciglio, anche perché non c’è un solo suo libro che non sia la negazione assoluta del precedente. Prova del fatto che l’autore, nella miglior tradizione novecentesca, era in fuga persino da se stesso.