ANTONIO SCURATI

La vittoria elettorale dell’Unione per la cultura non ha cambiato nulla. E il governo ha tradito il progetto di trasmissione del sapere come incivilimento

Antonio Scurati passa per un «irregolare di sinistra» da cui non puoi attenderti una liturgia dell’ordinario. Vediamo. L’anno scorso, ritirando il «Campiello» per il suo - davvero notevole - Il sopravvissuto (Bompiani), comunicò sul palco a Bruno Vespa che il luciferino protagonista del romanzo, entrando alla Fenice, avrebbe scelto come bersaglio «proprio lei, Vespa». Apriti cielo e apriti le porte della fama per il «seminatore di odio» - tale fu l’improperio vespiano - trasformato subito dal Corriere della Sera in un «Davide trentaseienne, aspetto atletico», una bella promo, e dalla fama in un portavoce degli intellettuali convinti che la televisione abbia polverizzato la realtà e il berlusconismo abbia sancito la definitiva colonizzazione della politica «reale» ad opera dell’immaginario. Il nemico è il fictual, l’insana ibridazione tra realtà e finzione, scuratianamente «una crasi della nuova confusione normativa (non facoltativa, si badi bene) tra fictional e factual». Lo intervistiamo a Garbatella, borgata glamorous, a due passi dal set de I Cesaroni, la fiction molto veltroniana e molto romanista. Garbatella molto fictual.
L’8 aprile scorso, quando tutta la sinistra preparava le bottiglie da stappare il giorno dopo per la vittoria quasi certa, lei anticipò lo strozzamento di gola ai brindisi proclamando sull’Unità: vittoria elettorale o no, «il Berlusconismo - notare la maiuscola - detiene oggi l’egemonia culturale nel nostro Paese». Non l’ha sparata un po’ grossa?
«No. La vittoria elettorale della sinistra non cambia nulla, il berlusconismo è ancora egemone, come storia socio-culturale dell’Italia degli ultimi venticinque anni. È una dinamica oggettivamente constatabile. Ormai molti intellettuali riconoscono che la rivoluzione del linguaggio inaugurata dall’avvento delle televisioni commerciali segna l’irruzione della cultura di massa e della società dei consumi nella sua forma compiuta. Il linguaggio televisivo diventa il linguaggio egemone della nostra società, e in Italia prepara il terreno alla discesa nel campo politico di Berlusconi».
Alfonso Berardinelli ha scritto che i precursori culturali di Berlusconi sono stati Umberto Eco, il «progressista goliardico» che mischiava Dante e Paperino, e il linguaggio di Repubblica degli anni Ottanta. Una sinistra berlusconoide preesiste a Berlusconi.
«Non mi pare. Se devo individuare le responsabilità della sinistra nella diffusione del fictual le intravedo in quella linea che da trent’anni fa parte dalla “festivalizzazione” della cultura, con l’Estate romana ideata dall’assessore dell’effimero Renato Nicolini e arriva fino al Veltroni di oggi. Il veltronismo è un berlusconismo di sinistra...».
...l’ha scritto anche il Secolo d’Italia...
«...è anche vero che qualche ex “intellettuale organico” partito per contestare il totalitarismo televisivo ha partorito l’effetto opposto. L’inventore di Striscia la notizia Antonio Ricci, ad esempio, fa del situazionismo un uso sviato, perché la sua supposta “critica della televisione per mezzo della televisione” diventa una televisione al quadrato che potenzia e non indebolisce il mezzo televisivo. Ricci non smaschera la menzogna televisiva, ma la innalza all’ennesima potenza, anzi magnifica la televisione che cancella il mondo fuori di sé».
Un inciso sui reality. Simona Ercolani, l’autrice di La pupa e il secchione, lo definisce un «reality di sinistra» perché sono andate avanti non le «gnocche» ma «quelle che si sono impegnate un po’ a studiare».
«Stupidaggini».
Tiri fuori, nella sinistra anni Ottanta, un altro colpevole del trionfo del consumismo.
«Il “tondellismo”: Pier Vittorio Tondelli è l’emblema della “cultura alternativa”, presunta di sinistra, responsabile della genuflessione degli scrittori di fronte all’adorazione del presente, all’osservazione liturgica della società dei consumi e dei suoi prodotti. Lo scrittore non critica il presente, lo riverisce, e così si de-intellettualizza completamente».
Angelo Crespi ha definito la sua teoria dell’egemonia culturale berlusconiana un’«inversione un po’ furbesca» della storia degli ultimi cinquant’anni: «Chi se la sentirebbe di sostenere che le reti Rai e Mediaset producono cultura di destra»? Lei, a quanto pare.
«Chiariamo una cosa: la destra berlusconiana culturalmente egemone è profondamente diversa dalla destra tradizionale. Anzi, il berlusconismo che elide e abrade le identità politiche contemporanee, è equidistante dalla vecchia destra e dalla vecchia sinistra, ingloba tutto nel dominio della televisione e del suo linguaggio».
Ripetiamo: il potere nell’industria culturale, ieri come oggi, è in mano alla sinistra.
«È un equivoco, tutt’al più riferibile a qualche biografia individuale. È l’aspetto strutturale quello che conta: la grande editoria italiana, nel momento in cui introietta la logica del marketing maturo e degrada il libro a merce, appartiene all’egemonia berlusconiana. Chi sta seduto sulla sedia di Segrate poco importa, quello che conta è che Mondadori fa vendere al “letterato” Giorgio Faletti milioni di copie».
Ma Faletti è uomo di sinistra!
«Non c’entra. Da quando l’ha lanciato Antonio D’Orrico come grande scrittore, eliminando anche le ultime barriere tra cultura “alta” e cultura “bassa”, Faletti è il prodotto perfetto della cultura di massa nella società degli iperconsumi».
Non sembrano operazioni di tipo politico.
«Lo è per esempio quella del Corriere della Sera che, con la direzione di Paolo Mieli, ha trasformato le sue pagine culturali in una vetrina del revisionismo storico».
E col marketing che c’entra?
«C’entra, perché l’azione del Corriere della Sera è volta in primo luogo a distruggere l’altra forma di egemonia culturale del Novecento, il marxismo, e a erodere il piedistallo dell’intellettuale di sinistra. E la sinistra marxista è stata l’ultima grande impresa che ha concepito la cultura come un mezzo di socializzazione e di civilizzazione. Per questo rimprovero alla sinistra di governo il tradimento del progetto di trasmissione del sapere come incivilimento, l’abbandono colpevole e sacrilego del sistema di istruzione pubblica. L’università, lo scriva, non conta più un cazzo, e questo governo dimostra il più completo disinteresse. Questa è l’egemonia del berlusconismo! Ormai le agenzie educative tradizionali sono morte, i docenti sono persone impoverite e condannate alla morte sociale».
Come si dà l’assalto alla cultura di massa?
«L’intellettuale e lo scrittore devono avere un rapporto agonistico con la cultura di massa. Bisogna andare a letto con lo “spirito del tempo”, sapersi parte di esso per avere una coscienza storica, ma fronteggiarlo in sede di teoria critica e di pratica intellettuale. In caso contrario, la cultura di massa annienta».
Frase degna di un reazionario allo stato puro.
«Be’, io mi considero un uomo del tramonto, faccio mie tante analisi di Ernst Jünger o Carl Schmitt. Pensi che, è una leggenda con tanta verità di fondo, quando ho pubblicato con Mondadori Il rumore sordo della battaglia qualcuno mise in giro la voce che era un libro fascista. Con l’intento di boicottarlo».
Lei voleva uccidere metaforicamente Vespa come simbolo dell’egemonia televisiva. Per par condicio, oggi facciamo fuori Giovanni Floris?
«Dovrei prima vedere il suo programma, ma non mi va... Oggi lo spazio della discussione politica coincide con lo spazio televisivo. Quando l’elettore diventa spettatore consuma la politica come un qualsiasi altro prodotto mediatico, e in questo Vespa e Floris sono identici, sono i profeti del fictual, dell’impossibilità di distinguere tra reale e fittizio. L’immaginario s’è mangiato la politica. Un esempio: abbiamo noi la possibilità di verificare la congruenza tra la politica televisiva degli annunci e le politiche reali? No».
C’è qualche volto televisivo che si salva dalla sua scomunica?
«Certamente il Michele Santoro che agitava le piazze mediatiche e difendeva l’idea di sinistra dell’insurrezione “pura”. Trasmissioni come Il rosso e il nero o Samarcanda sono le ultime manifestazioni di una libidine insurrezionale: distruggere le maschere del potere. E non adorarle. Sennò teniamoci Claudio Velardi».
(2. Continua)