Antonioli, il Batman con il «difetto» di essere italiano

Batman toglieva anche le ragnatele dal suo domicilio. Voleva da una parte all’altra, acchiappava traiettorie impossibili e la gente di Roma aveva i lucciconi. Ma come, ‘sto Francesco de Monza di anni quarantuno, quasi, mancano due settimane, fa cose strane proprio contro la magica! Càpita, come diceva Platini chi sa sa e chi non sa non saprà mai. Il fatto è che Antonioli Francesco da Monza, settembre quattordici del millenovecentosessantanove, è un uomo solo e solitario al comando, in quei sedici metri quadrati che sono il suo domicilio, la porta intendo, per non dire di tutta l’area di rigore che gli sta dirimpetto. Un buon portiere deve parare il possibile, non l’impossibile, questo infatti non è football ma fantasia.
Antonioli non ha la faccia da numero uno, ha uno sguardo angosciante, quasi ti mette paura, da serial killer, è un segnale della sua freddezza e del suo carattere. Non spara alla luna, non fa i capitomboli, non è marchiato da tatuaggi vistosi, non porta orecchini o fascette fermacapelli eppure controlliamo assieme il suo portafoglio: tre scudetti, due supercoppe, due coppe del campioni, una supercoppa Uefa, una coppa intercontinentale, una intertoto, un europeo con la nazionale Under 21, tutta roba che gli è valsa il titolo di cavaliere della repubblica. Ma non sono bastati, ventiquattro anni di pallonate prese o sfuggite, di miracoli e di papere, di amnesie e scatti di reni, dieci datori di lavoro, da Monza a Milano, da Cesena a Modena, da Pisa a Reggio nell’Emilia, da Bologna a Roma, da Genova a Cesena, sempre a fare lo stesso mestiere, sempre a rimediare ai guai altrui badando a non farsi sfuggire la situazione di mano, in tutti i sensi.
Ma perché, allora, uno si ritrova a quarantuno anni a fare i conti con una carriera piena di argenti e conti correnti ma pure di licenziamenti? Forse perché nel passaporto di Francesco Antonioli al luogo di nascita ci sta scritto Monza e non Rio de Janeiro oppure Rotterdam, oppure Madrid? Forse perché trattandosi di un italiano eventuali errori ed omissioni non vengono comprese e giustificate, meglio disfarsi del personaggio nonostante certi fotogrammi storici, chessò quel rigore parato a Mihajlovic nel derby ed era il minuto finale, o l’esordio contro la Juventus e mille altre immagini che non hanno avuto valore, cancellate da gaffes e incertezze che ne hanno fatto un portiere ordinario, di passaggio. Ma al Milan e alla Roma ha conosciuto tutto e vinto di più, se potesse Fabio Capello, che lo aveva voluto in giallorosso, ne chiederebbe la naturalizzazione inglese, visto quello che gli passa il convento della premier. Eppure neppure in azzurro Antonioli ha avuto le carezze dovute.
In una notte di agosto il popolo del calcio è tornato a scoprire un ragazzo quarantunenne che si era nascosto nel canneto di serie B, Cesena è la sua tana dove era cresciuto e dove ha deciso di concludere la carriera, non prima di aver dimostrato che oltre vent’anni di marciapiede non sono stati inutili. Il suo allenatore, Ficcadenti, è stato anche un suo compagno di naja, sono le piccole storie di questo sport così intossicato da cronache marginali. Può darsi che la notte dell’Olimpico resti una pagina semplice, una nota a margine in una stagione che sarà difficile per la neopromossa. Di certo Antonioli non è un pezzo da museo, da compatire e tenere in fondo al torpedone. Uno splendido striscione esposto a Roma diceva: «1 fisso? Ma ki t’lè det?», insomma se c’è Batman in porta chi vi ha detto che si debba perdere?