Antoniozzi: «Rapporto Censis, fu vera gloria?»

Il candidato azzurro rivela tutte le ombre dello studio che è diventato spot per Veltroni

Luca Rocca

Ma l’ormai famigerato rapporto Censis ci descrive la realtà di Roma o è una favola ben raccontata? Alfredo Antoniozzi, candidato a sindaco per Forza Italia, ha fatto le pulci al documento diffuso il 15 marzo scorso, e ha scoperto alcuni oggettivi svarioni difficilmente ignorabili.
Ecco le osservazioni fornite da Forza Italia. Il Censis sottolinea «la crescita dell’offerta abitativa e del mercato immobiliare» nella Capitale, Antoniozzi fa però notare che «solo la Legge Obiettivo varata dal governo ha consentito la riapertura dei cantieri della Capitale, e solo l’impegno dell’imprenditoria edilizia privata ha consentito uno sviluppo del settore, pur in assenza di coordinate legislative generali, visto che il Piano regolatore è atteso da 20 anni». Osservazione più che puntuale. Anche per quanto riguarda la crescita economica e l’aumento dell’occupazione nella Capitale, il candidato a sindaco di Fi segnala alcune imprecisioni, o quantomeno omissioni, nel rapporto del Censis. Se è vero, come è scritto nel rapporto, che «l’incidenza di Roma sul Pil nazionale è passata dal 6,3 per cento del 2001 al 6,7 nel 2005» e che «il modello di crescita del tutto originale ha reso il territorio metropolitano più reattivo rispetto a quello nazionale», è altrettanto vero, come nota ancora il rappresentante di Fi, che «solo una grande iniziativa privata, imprenditoriale e industriale ha consentito di costruire un quadro positivo della città». Antoniozzi sottolinea come invece il governo capitolino abbia costretto gli imprenditori privati «a lavorare controcorrente per affrancarsi dalla logica del governo comunale di centrosinistra che ha privilegiato certe strategie e certi gruppi di potere». Quanto al tasso di disoccupazione, che a Roma è al 6,7 per cento, quindi decisamente più basso rispetto ad altre grandi città europee, Antoniozzi fa notare che «in nessun’altra capitale europea le grandi opere varate dal governo centrale hanno investito e arricchito la città». Solo lo sviluppo e la strategia di palazzo Chigi, quindi, hanno consentito la crescita occupazionale a Roma. Un’osservazione importante riguarda «l’incremento percentuale dei passeggeri nei due aeroporti e la crescita dei visitatori di musei e di luoghi culturali» evidenziati dal Censis. «Gioverà ricordare - afferma ancora il candidato a sindaco di Fi - che solo la drastica riduzione dell’Irap sul turismo, varata dalla giunta Storace, ha riaperto i flussi turistici a Roma». E questo è un fatto.
Quanto alle «più di 15mila istituzioni non profit» richiamate dal Censis, Antoniozzi parla di «incrementi lusinghieri», ma sottolinea come l’attenzione riservata dal sindaco a questa realtà, sia stata più che modesta. «Al di là dei rapporti di facciata e di alcuni convegni dedicati al settore - spiega l’esponente di Fi - è noto a chiunque che il volontariato si basa quasi esclusivamente sulla disponibilità dei singoli e dei piccoli gruppi religiosi e laici, i primi comunque sottovalutati». Non a caso, fa notare, da alcuni anni le richieste per allargare la rete di assistenza per i «senza dimora» si sono fatte pressanti, ottenendo però solo una piccola struttura mobile a ridosso di Castel Sant’Angelo. Merita attenzione anche l’asserita «diminuzione della criminalità predatoria rispetto al dato nazionale» segnalata dal Censis. Qui ha gioco facile Antoniozzi nel far notare che «i dati forniti dal prefetto Serra il 27 febbraio scorso, indicano che nel solo 2005, nella Capitale, la microcriminalità è aumentata», come dimostrano i dati sui furti in appartamento, nei negozi e i borseggi. Infine si fa notare come «il Campidoglio abbia accumulato in questi anni oltre 8 miliardi di euro di debiti e le sue società, se si esclude l’Acea, siano in deficit». Che conclusioni trarre, dunque, da tutte queste osservazioni? «Che Roma non è una città modello, come anche il sindaco Veltroni ha dichiarato - conclude Antoniozzi - ed è grave che un rapporto pubblico, che aveva il dovere di registrare i dati di Roma, rimarcandone anche ritardi e contraddizioni, si sia limitato esclusivamente alle luci, ignorando del tutto le molte ombre». Forse è per questo che qualcuno ha accusato il Censis di essersi lasciato sopraffare dal clima elettorale.