Antonveneta, Fiorani chiese l’aiuto di Unipol

Il ruolo personale avuto da Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti, nella scalata ad Antonveneta: è questo uno degli capitoli definiti «cruciali» che i magistrati milanesi che stanno sviluppando sulla base di alcune nuove ammissioni di Gianpiero Fiorani che, durante uno degli interrogatori in carcere, ha detto di aver chiesto ai due ex vertici di Unipol di intervenire nella «conquista» di Antonveneta, ricevendo una risposta positiva. Ci sarebbe stato cioè un accordo.
Il tutto nel giorno in cui la procura di Milano si fa sentire con un comunicato nel quale si dice che le indagini sulla «scalata Antonveneta e ai fatti connessi», in corso da parte della Procura di Milano, «procedono con il massimo impegno». Vuole fugare ogni dubbio il procuratore generale di Milano, Mario Blandini, che decide di prendere carta e penna per rispondere alle perplessità del premier Silvio Berlusconi su come viene condotta l’indagine su Giovanni Consorte rispetto a quella su Gianpiero Fiorani. Blandini evidenzia tre punti: «Le indagini concernenti la scalata Bnl da parte di Unipol, con riferimento all’ipotesi di aggiotaggio, sono in corso presso la Procura della Repubblica di Roma». Secondo: «Tutte le richieste formulate dall’autorità inquirente in tema di provvedimenti cautelari - personali e reali» presentate dall’estate scorsa «Sono state accolte dal gip con provvedimenti che, se impugnati, sono stati confermati dal tribunale del Riesame. Peraltro le indagini hanno trovato ulteriore conforto negli interventi della Consob nonchè nella decisione adottata dalla Banca d'Italia di revoca dell’autorizzazione all’Opa precedentemente concessa». Fin qui i commenti ufficiali. In realtà in Procura si cerca di minimizzare per evitare strumentalizzazioni. «Il segreto istruttorio - commenta un investigatore - impedisce di spiegare nei dettagli quanto sta accadendo». Come dire: la presunta disparità nei trattamenti tra Fiorani e Consorte trova motivazione solo dal quadro indiziario. «Non ci sono né preferenze né rallentamenti, seguiamo solo la pista del denaro. Non dimentichiamo che Fiorani è stato arrestato ben cinque mesi dopo il sequestro delle azioni Antonveneta».
Nessun commento o reazione ufficiale, invece, sulla scelta di interrompere, lo scorso 28 luglio, le intercettazioni compiute sull’utenza di Giovanni Consorte, come raccontato ieri da Il Giornale. Una decisione presa dopo il sequestro delle azioni Antonveneta disposto il 25 luglio dai Pm Eugenio Fusco e Giulia Perrotti. Filtra però una ricostruzione informale: con ogni probabilità Consorte di fronte al congelamento delle azioni dei concertisti capì che le voci (o soffiate?) che davano anche il suo cellulare sotto controllo erano vere. Come dire, Consorte con ogni probabilità sapeva di essere intercettato. Una certezza o una deduzione, poco importa ma la Procura si convinse che era inutile proseguire. E si indica quando in una conversazione di quei giorni Consorte avvisa il suo interlocutore che «appena arriva a Milano lo chiama da un telefono fisso». Insomma, secondo questa tesi, c’era addirittura il rischio di inquinamento probatorio. Questo contrasta però con dei fatti concreti e reali, rendendo la situazione controversa. Scorrendo infatti il contenuto in sunto di diverse conversazioni registrate tra il 25 e la mezzanotte del 28 luglio, si coglie che Consorte, seppur qualche volta in modo sbrigativo, come con il tesoriere dei Ds, parlava di tutto. Il 26 luglio, ad esempio, «Consorte chiama Luigi (presumibilmente Luigi Grasso), - annotano le Fiamme Gialle sul brogliaccio -. Luigi lo mette al corrente che l’operazione che stava facendo a Roma è saltata alla luce delle ultime cose. Consorte gli dice di stare in “campana” perché sono tutte posizioni a rischio».
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