Antonveneta, Pm sulle tracce delle banche estere

«Cediamo temporaneamente, con la T maiuscola»: la frase intercettata e sospetta per l’accusa

Stefano Zurlo

da Milano

Anche gli uffici della Procura, nel giorno in cui gli italiani sono in coda sulle autostrade, sono deserti. Via, per il week end, i Pm dell’inchiesta che lambisce la Banca d’Italia e il suo Governatore. Tirano il fiato gli investigatori, che per settimane hanno mantenuto ritmi massacranti, e sono in fuga, verso le vacanze, gli avvocati. Certo, i telefonini restano accesi perché, di questi tempi, non si sa mai. Ma il tam tam, a Palazzo, dice che la prossima settimana non dovrebbe portare grandi sorprese. Vanno avanti, al rallentatore per l’esiguità delle forze in campo, alcuni accertamenti. E si sta dischiudendo un’altra pista: quella che porta ad alcuni santuari del mondo bancario internazionale. Tre i nomi in agenda, tre colossi della finanza: Deutsche Bnak, e poi, a scalare, Bnp Paribas e Dresdner Bank.
Insomma, Giulia Perrotti e Eugenio Fusco mettono il naso oltre confine. Nella complicata partita dell’Antonveneta, c’è infatti anche un capitolo che riguarda i rapporti fra la Banca Popolare Italiana di Gianpiero Fiorani e questi istituti di credito. Succede infatti che agli inizi di luglio la Popolare annunci di aver venduto una serie di partecipazioni di minoranza (minorities), detenute in alcune società, per aumentare il proprio patrimonio di almeno 900 milioni di euro e ottenere il sospirato via libera della Banca d’Italia all’Opa.
Ad acquistare è proprio Deutsche Bank che, a sua volta, per non superare le soglie previste dalla legge, rivende alcune quote a Bnp Paribas. Nell’operazione rientra, anche se con movimenti meno consistenti, anche Dresdner Bank. Tutto regolare? Forse sì, ma i Pm coltivano i loro dubbi. Al telefono, in una delle quindicimila conversazioni intercettate, Fiorani dice a Giovanni Consorte, presidente di Unipol: «Cediamo temporaneamente, con la T maiuscola».
Che significa quella frase? Forse quelle vendite sono fittizie? Forse quelle quote sono state solo parcheggiate, per poi tornare indietro? Non è un lavoro facile quello degli inquirenti: i contratti stipulati sono assai complessi e il problema è capire se le compravendite siano state affiancate da clausole collaterali. Qualche teste è già stato sentito nei giorni scorsi, gli interrogatori andranno avanti anche la prossima settimana. Si cerca anche di capire come mai le banche siano state ricompensate con commissioni altissime (nell’ordine del 7-8 per cento) e come mai fossero così attratte da quote non strategiche, anzi di poco o nessun valore.
Difficile dire fin dove si spingerà questa esplorazione. Certo, dopo settimane frenetiche, anche in Procura hanno scoperto l’estate. Lunedì o martedì la Perrotti e Fusco tornerano in ufficio, poi si alterneranno a Palazzo di giustizia. Correre in avanti, in questa fase, non serve: devono essere lette e interpretate tante carte, centinaia di telefonate devono ancora essere sbobinate, anche se di molte esistono già scarni riassunti contenuti nei brogliacci delle Fiamme gialle.
E in parallelo va avanti il lavoro di scavo dei magistrati romani sui fronti Unipol e Rcs. Sulla scalata a Rcs, il Procuratore aggiunto Achille Toro ha aperto un fascicolo, per ora contro ignoti, ipotizzando l’aggiotaggio manipolativo e informativo. Per quel che riguarda l’Unipol, Roma è in attesa delle carte milanesi. E delle intercettazioni riguardanti Consorte. Roma avrebbe manifestato insofferenza per la lentezza nella trasmissione delle carte, ma forse un chiarimento fra i vertici delle Procure ha risolto il problema. Certo, l’argomento non sembra appassionare gli investigatori milanesi: il lavoro da svolgere è immenso e nessuno ha voglia di andare alla guerra per conquistare un filone d’indagine.