Anziana muore dopo la truffa la vicina vuole darle giustizia

Di una tentata truffa si può morire. Basta avere 83 anni, la mente lucida e onestissima alimentata da una dirittura morale coltivata per tutta la vita, e una bontà d’animo che non fa riconoscere il male nei volti truccati di due zingare cattive travestite da persone per bene. Di truffa si muore e, a distanza di qualche mese, mentre le truffatrici sono trattate dai magistrati con estremo riguardo (una è in stato di gravidanza e dunque non può essere convocata in aula), i testimoni e le altre vittime (anziani e disabili) vengono lasciati ad attendere per ore nei corridoi di Palazzo di Giustizia. È una storia triste, tristissima, quella della signora Maria, morta la scorsa estate dopo due mesi di grave depressione causata da una tentata truffa da parte di due Sinti, zingare piemontesi. Ma c’è chi sta ancora lottando affinché l’anziana abbia giustizia. Anche se la Giustizia sembra essersi già arresa. Alessandra Ragazzoni, 52 anni, ha vissuto per una vita nell’appartamento accanto alla signora Maria. La sua storia la conosce bene. «La mia vicina la scorsa estate, in piazzetta Brignole, dove abitiamo, una mattina è stata abbordata da due zingare - racconta - due Sinti vestite con eleganza e ben truccate che le hanno detto di essere agenti di polizia che dovevano controllare i gioielli che aveva in casa». L’anziana donna, presa alla sprovvista, ma certamente credendo alla buona fede delle due, si è lasciata condurre in macchina fin davanti al suo portone, come racconta la versione fornita in seguito ai carabinieri della stazione di Portoria, guidati dal maresciallo Arturo Corti. «Qui però - continua il racconto della vicina -, la signora Maria deve aver avuto un dubbio e ha chiesto loro di mostrarle un tesserino di riconoscimento. Le due allora, le hanno risposto di aspettare un attimo che andavano a prenderlo in macchina. A questo punto però, sono arrivata io, che ero a portare fuori il cane per la passeggiata e ho incontrato quelle due mentre uscivano dal portone. Ho chiesto alla mia vicina cosa stesse accadendo e lei mi ha detto che erano poliziotte che volevano vedere i suoi ori. Io ho capito subito e sono precipitosamente tornata sui miei passi. Loro stavano rientrando, ma mi hanno visto, hanno capito e se la sono data a gambe». Dopo un coraggioso inseguimento Alessandra le vede salire su una Stilo nera parcheggiata con il motore acceso e un complice a bordo. L’auto parte a tutta velocità verso via Gropallo, mentre l’inseguitrice riesce a telefonare ai carabinieri il numero di targa.
Fin qui la cronaca. Ordinaria ormai, anche a Genova, dove, forse per il grande numero di anziani residenti, anche i truffatori hanno trovato terreno fertile. Il resto è storia privata. «Dopo quel fatto la mia vicina si è intristita - racconta Alessandra - è diventata terribilmente depressa diceva: “se non sono in grado di riconoscere le persone, è meglio che non esca più di casa”. E così ha fatto, cominciando a rinchiudersi in se stessa. Lei, una signora che faceva da mangiare per tutto il condominio, sempre disponibile per tutti, affettuosa e presente. Sono convitana che il dolore l’abbia uccisa. Alla fine dell’estate, infatti, è mancata».
Ma l’inchiesta sulle truffatrici è andata avanti e grazie ai carabinieri - oltre che ad Alessandra, che ha i loro volti stampati in mente in maniera indelebile ed è un testimone prezioso, visto che, a differenze di molte vittime, è una persona giovane e molto fisionomista - le due donne sono state riconosciute e rintracciate. Ma qui viene il brutto. «All’inizio di gennaio mi è arrivata la convocazione per il riconoscimento in tribunale - spiega la signora Ragazzoni -, un confronto all’americana dove, mi hanno spiegato, si presentano quattro persone: l’imputata, una poliziotta e altre due amiche che la stessa imputata si porta quanto più possibile somiglianti a sé. L’appuntamento era alle nove e trenta del mattino al decimo piano del Tribunale, e qui mi sono ritrovata insieme con una ventina di persone». Molte, racconta, erano anziani vittime di truffa, qualcuno convocato per forza e portava le stampelle a causa di problemi di deambulazione. «Siamo stati nei corridoi fino all’una senza che nessuno ci dicesse niente, mentre gli interrogatori andavano a rilento - racconta - e alla fine mi hanno anche detto che soltanto una delle due truffatrici era presente, l’altra non l’avevano potuta convocare perché incinta. Ma io chiedo come mai una truffatrice incinta non può essere disturbata mentre un anziano semiparalizzato viene tirato fuori da casa e lasciato in un corridoio per tutta la mattina. È questa la giustizia?». Alessandra non ha dubbi. «Continuerò a fare il possibile perché quelle due paghino per quello che hanno fatto, non solo alla signora Maria, ma anche ad altri come lei. Io farò il possibile, i carabinieri sono stati bravissimi a trovarle e ad assicurarle alla giustizia. Ma adesso chiedo ai magistrati che le truffatrici non vengano trattate meglio delle loro vittime indifese».