Anzianità addio, si premierà il merito

È iniziata la stagione nella quale traffico e inquinamento divengono argomenti centrali del dibattito tra le forze politiche, alimentato da facili polemiche che assicurano visibilità su giornali e in televisione. E poco importa se la risposta dei responsabili del traffico per fronteggiare problematiche non nuove produce decisioni che incidono sulla vita dei cittadini senza quasi mai contribuire a soluzioni razionali e d’insieme: quello che è importante è dimostrare che si fa comunque qualcosa. Ipotizzare interventi coordinati per razionalizzare la mobilità nelle città sembra troppo impegnativo, e allora, come un rito, si decidono divieti. Due semplici esempi basteranno per comprendere come la lotta all’inquinamento e al traffico, senza una strategia comune, sia destinata a essere una battaglia persa prima ancora d’essere combattuta. Primo esempio: quest’anno una modifica al Codice della strada (articolo 6) ha dato la possibilità agli enti proprietari delle strade di «prescrivere che i veicoli siano muniti, o abbiano a bordo mezzi antisdrucciolevoli o pneumatici invernali idonei alla marcia su neve o ghiaccio», con l’evidente obiettivo di evitare che si generino blocchi stradali, causati da automezzi privi di catene o gomme da neve. L’occasione per un nuovo divieto è stata subito soddisfatta dall'amministrazione provinciale di Milano, dimenticando forse troppo precipitosamente che il tempestivo utilizzo dei mezzi spargi sale, precauzione non sempre attuata in Italia, assicura migliori condizioni di aderenza del manto stradale. La domanda è: non sarebbe stato più semplice attribuire il potere di emanare simili divieti alle Regioni? Senza un coordinamento tra gli enti proprietari non è fin troppo facile prevedere che ci saranno delle amministrazioni comunali che disporranno l’obbligo e altre che lo ometteranno, con il risultato di avere comunque intralci sulle strade? Secondo esempio: quello sull’inquinamento, destinato a portare al caos. L’installazione dei filtri antiparticolato che si estenderà a livello nazionale (è questa la strada imboccata dal ministro dell’Ambiente che, onde evitare sanzioni dai competenti organismi comunitari, ha già presentato in un disegno di legge) prevede infatti che per poter circolare in un’ area che parte dal Piemonte, lambisce l’Emilia Romagna fino al Friuli, i mezzi commerciali, dotati con motori euro 0,1,2,3 debbano installare dei filtri, Fap, per ridurre le emissioni del particolato, PM10, ed essere così «ecologicamente compatibili». E poco importa se dai dati diffusi dal Tavolo dell’aria della Lombardia (regione che ha già anticipato l’esperienza dei filtri) emerge chiaramente come il trasporto su strada sia responsabile del 32 per cento delle emissioni, delle quali solo il 16,7 per cento imputabili al diesel, e che, dunque, l’83 per cento sia originato da altre fonti. Ma, oltre al danno, in questo caso c’è la beffa. Per favorire l’installazione dei filtri (il costo è di qualche migliaio di euro) le regioni e il ministero hanno pensato di riconoscere incentivi, assicurando inoltre l’esclusione dal pagamento degli ecopass. Peccato che il Tar della Lombardia, in una sentenza recente, abbia stabilito invece che anche i mezzi dotati di Fap debbano sostenere comunque il costo generato con l’inquinamento. Secondo il tribunale occorre infatti assumere a riferimento la motorizzazione del mezzo (come avviene in diversi Paesi europei) e il risultato sarà di pagare(i filtri imposti) senza alcun beneficio.
*Presidente nazionale
di Fai Conftrasporto