Apologia liberal-cattolica del piccolo borghese

Si sentiva un borghese, anzi un «piccolo borghese», Arturo Carlo Jemolo (1891-1981), l’autore di Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, tuttora testo di riferimento sul tema. Il grande storico - cattolico-liberale o, meglio, come preferiva dire, liberal-cattolico - giunto in età avanzata confessò che, se ne avesse avuto la forza, avrebbe scritto un’Apologia dei piccoli borghesi, per rendere omaggio a quanti erano stati «propugnatori di tutte le riforme durature, di tutte le liberazioni dell’uomo da superstizioni o da spirito di casta, di tutti i progressi che durarono per un ciclo di civiltà». Il libro Jemolo non lo scrisse. Ma la nostalgia, quasi gozzaniana e crepuscolare, per quel mondo ottocentesco fatto di onesti sentimenti, culto del dovere, senso della disciplina, buone abitudini non lo abbandonò mai.
Se ne trova un’eco esplicita nel bel volume Il malpensante (Aragno, pagg. 246, euro 12) curato con simpatetica finezza da Bruno Quaranta e pubblicato per il trentesimo anniversario della scomparsa. Ma, accanto all’amore per l’Ottocento, nelle pagine del grande giurista e storico - cresciuto all’ideale scuola di Benedetto Croce, Francesco Ruffini e Luigi Einaudi - emerge un animo di profondo moralista che attinge anche a certe suggestioni giansenistiche di Port-Royal e alla religiosità laica di Alessandro Manzoni. In queste ascendenze culturali affondano le radici di quel realismo politico, venato di pessimismo ma sempre caratterizzato da grande equilibrio, con cui Jemolo analizzò le vicende del suo tempo. Il suo liberalismo, per esempio, lo portava a condannare la tendenza (resa manifesta dalle agitazioni sindacali di categoria) di tanti italiani a considerare lo Stato alla stregua di un Babbo Natale «cui si può chiedere senza preoccuparsi della provenienza dei suoi doni». Il suo realismo, poi, lo portava a guardare con scetticismo, più di trent’anni or sono, i progetti di riduzione dei costi della politica: in un articolo pubblicato nel ’76 (e non inserito in questa raccolta di suoi scritti) egli liquidò così un progetto di legge presentato da alcuni senatori per ridurre il numero dei parlamentari: «Va da sé che non ha una sola probabilità di venire approvato: il suicidio è fenomeno individuale e non collettivo».
Il suo senso etico della vita lo portava a condannare il moralismo farisaico e tartufesco, usato come arma politica - in particolare la tendenza a imputare di libertinaggio il regime o la società non graditi - ma, al tempo stesso, lo spingeva ad auspicare coerenza di comportamento per il rigorista impegnato in una battaglia pubblica contro l’immoralità, quanto meno per evitare che si potesse pensare che egli difendesse «non una regola di bene universale, ma la propria libertà di commettere quello che per i più è peccato». Eppure, a suo modo, il «malpensante» Jemolo era un moralista nel senso classico e nobile del termine.
Ghibellino credente, Jemolo sosteneva la laicità dello Stato ma paventava il rischio di un anticlericalismo fazioso e destabilizzante. Per questo egli, che da vecchio liberale lo aveva mal digerito, fece parte della Commissione incaricata di rivedere il Concordato del 1929 quanto meno per ottenere («non è poco» scrisse all’amico Giovanni Spadolini) la scomparsa del principio della religione di Stato. Si definiva «uomo privo di senso pratico, in particolare di senso politico ed economico», ma, giurista insigne, aveva un profondo senso del diritto, che non gli impediva di pronunziare un amaro Confiteor in occasione del trentennale della Costituzione, sottolineandone il carattere di «Carta troppo enfatica, con troppe promesse vaghe ed alcune non mantenibili». In realtà, era consapevole che le Carte, tutte le Carte costituzionali, per quanto ben fatte, non hanno valore taumaturgico perché presuppongono «buoni cittadini, buoni amministratori, una classe politica degna». Il che, a questo saggio grillo parlante della coscienza borghese, sembrava mancare nell’Italia del suo, e del nostro, tempo.