Apologo su Amleto tutto da ridere

Il nazismo ritratto attraverso il linguaggio della comicità. Il gioco fra recita e verità. Sono gli aspetti di To be or not to be, lo spettacolo teatrale di Maria Letizia Compatangelo dalla sceneggiatura originale di Melchior Lengyel con Giuseppe Pambieri e Daniela Mazzucato, regia di Antonio Calenda e produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, da oggi in scena al teatro Argentina. Lo spettacolo firmato da Calenda è per i palcoscenici italiani una novità: la commedia è interpretata da una compagnia numerosa, capeggiata da due protagonisti della raffinatezza di Pambieri e Mazzucato e impreziosita dalle canzoni che Nicola Piovani ha composto per l’occasione, Il cielo su Varsavia e Il teatro della vita. Il testo To be or not to be ha una genesi interessante: è infatti una commedia che Maria Letizia Compatangelo ha elaborato sulla base del soggetto originale dell’autore ungherese Lengyel, divenuto nel ’42 un film di successo del grande Ernst Lubitsch (Vogliamo vivere, il titolo della versione italiana). Se sul piano cinematografico il soggetto è stato ripreso negli anni Ottanta, in un’edizione diretta da Alan Johnson in cui appariva fra i protagonisti Mel Brooks, il teatro ha invece a lungo tralasciato l’idea di portarlo sulle scene. To be or not to be è una commedia deliziosa e divertente, ma è anche un testo interessante, che da un lato permette d’innescare il gioco teatrale delle infinite rifrazioni fra realtà e finzione, recita e verità, «essere» e «non essere» come suggerisce il titolo. Dall’altro lato accetta la sfida di ritrarre il nazismo attraverso il linguaggio della comicità: una sfida vinta costruendo una satira validissima dell’apparato e della logica hitleriani.
Inoltre ? al contrario di quanto paventavano alcuni critici davanti al film di Lubitsch ? senza offendere il ricordo di quel periodo tanto doloroso e buio, «To be or not to be» lo racconta riconoscendo al teatro il ruolo di una luce che indica la via della salvezza. «Ho amato To be or not to be - commenta Antonio Calenda - proprio perché ritengo che offra una bella e struggente elegia del mondo dello spettacolo, un leggero e dolce apologo su quanto nella vita sia necessaria la poesia. E in tempi sempre più cupi per la cultura, come sembrano diventare irrimediabilmente i nostri, ricordare in qualche modo questa necessità dell’arte, della poesia, del teatro, non appare affatto scontato».
«Il testo, pur mantenendo una corretta fedeltà al soggetto e dunque al lavoro di Lengyel e Lubitsch, se ne allontana anche, assumendo una propria limpida legittimità teatrale. Merito dell’elaborazione di Maria Letizia Compatangelo: una commedia piacevole ed efficace, che pone in luce non solo i lati esilaranti ma anche quelli delicatamente malinconici e surreali della storia. Per il nostro teatro, che da sempre dà loro spazio, è una nuova occasione di porre in primo piano il lavoro di drammaturghi viventi di qualità».
«In questo delicato apologo del teatro, - conclude Calenda - impreziosito con il contributo di due arie che Piovani ha composto per noi, il teatro stesso è il protagonista. In scena infatti si ricorre agli esponenziali giochi di specchi e ribaltamenti che solo il teatro permette, con le sue convenzioni, con il coinvolgimento e la complicità del pubblico. E con il talento di una compagnia d’interpreti di cui sono molto soddisfatto notevole compito di restituire il profilo della vita nella sua bellezza, lasciando però intuire anche l’imperscrutabile che essa cela».
Nella compagnia figurano Giuseppe Pambieri ?che interpreta l’esuberanza e le fragilità artistiche di Ian Tura e Daniela Mazzucato che presta duttilità al personaggio di Maria Tura e la sua splendida voce da soprano alle canzoni dello spettacolo, Fulvio Falzarano nei panni del temibile colonnello Ehrhard della Gestapo, e Umberto Bortolani che interpreta la spia Druginsky. Accanto a loro 18 interpreti del nucleo di attori che Calenda ha coinvolto in questi anni nei lavori dello Stabile del Friuli Venezia Giulia.