Appalti Enav, adesso Milanese rischia il processo

Rischia il processo per finanziamento illecito ai partiti Marco Milanese, l’ex consigliere del ministro dell’Economia Giulio Tremonti e deputato del Pdl. I pm romani Ielo e Cascini hanno chiuso l’indagine sul parlamentare e altre quattro persone in merito alla vicenda che riguarda la vendita di uno yacht di venti metri di Marco Milanese sulla quale, secondo l’accusa, lo stesso avrebbe lucrato per consentire la nomina a presidente in una società controllata dall’Enav (l’Ente nazionale di assistenza al volo) di Fabrizio Testa. Gli altri indagati sono l’imprenditore Tommaso Di Lernia, Massimo De Cesare, l’ex consulente di Finmeccanica, Lorenzo Cola e l’ex presidente della società Techno Sky controllata da Enav, Fabrizio Testa. L’inchiesta della procura di Roma riguarda un filone dell’indagine sugli appalti che hanno riguardato l’Enav.
Nel frattempo fa discutere la proposta del procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore di chiudere da una settimana a un mese i giornali e le tv che pubblicano le intercettazioni a strascico - quelle, cioè, che non coinvolgono direttamente i soggetti su cui si indaga - anche quando non c’è più il segreto investigativo. Lepore è il capo dell'ufficio inquirente che ha dato fuoco alle polveri delle 16mila pagine/interettazioni dell’inchiesta «P4» trascritte, raccontate, riassunte su carta stampata e moltiplicate per dieci, cento, mille volte sul web. Non c’è frase, telefonata o sussurro di quest’indagine che non sia stata pubblicata nell'ultimo mese. E per la stragrande maggioranza dei casi le trascrizioni non hanno un a rilevanza penale da finire - come sono poi finite - sui media. Ora, però, a sorpresa, l'alto magistrato alza il freno a mano e al giornalista Giovanni Lucianelli che lo intervista per l'emittente televisiva campana Polis-Canale 9, ammette: «Quello che dà fastidio non è tanto l'intercettazione in sé, quanto la pubblicazione che può danneggiare la gente, anche quando questa è soltanto toccata da una indagine e non ne è coinvolta. E allora, in questo caso, l'unico mezzo per bloccarle sarebbe il divieto assoluto di pubblicazione del contenuto delle intercettazioni, anche quando vengono depositate».
In pratica, anche quando diventano pubbliche. Per Lepore, però, questo passaggio non autorizza il giornalista ad aggirare il divieto, «perché è vero che non sono più protette dal segreto istruttorio, ma esiste comunque un divieto di pubblicazione che è punito blandamente e che, quindi, non fa paura a nessuno». La soluzione, allora, quale può essere? Usare le maniere forti. «Se al posto di questa sanzione ne applicassimo una un po’ più dura, per esempio la chiusura di un giornale o di una tv per una settimana o un mese, automaticamente finirebbe la pubblicazione di notizie sui giornali». Sempre colpa dei giornalisti, mai dei pm che depositano ciò che non dovrebbero.SDm