Appassiona il western omosex di Ang Lee

«Brokeback Mountain» è un bel film, non solo un caso mediatico, che racconta l’insolita love story tra due mandriani che indossano stivali, jeans, cappelloni e vivono nel Wyoming freddo e inospitale

Michele Anselmi

da Venezia

Il primo nudo totale, di spalle, arriva dopo un quarto d’ora. Il giovane e taciturno cowboy Ennis Del Mar si lava sulla riva del ruscello, mostrando il corpo muscoloso, ben tornito; l’altro cowboy, il più scafato Jack Twist, finge di non farci caso, ma noi sappiamo, dal suo sguardo, che qualcosa lo turba. Altri dieci minuti di film e i due si accoppiano furiosamente dentro la tenda, mentre fuori, lassù in montagna, il cielo grigio si gonfia di pioggia. Detta così, potrebbe sembrare una furbata gay, una parodia irriverente: invece Brokeback Mountain di Ang Lee, in concorso alla Mostra, è un film bello e appassionante, non solo un caso mediatico. Poi certo, vale la sorpresa: se dici western, pensi ai pistoleri John Wayne e Clint Eastwood, agli spolverini e ai Winchester, ai duelli all’OK Corral e alle albe tragiche, ai fiumi rossi e alle mandrie di vacche, mentre qui si consuma, sul filo degli anni Sessanta fino ai primi Ottanta, un amore omosex, tra pecore puzzolenti, case mobili e stivali sfondati. Magari non piacerà al pubblico americano questa mutazione del genere cinematografico più nobilmente «maschile» che ci sia, o forse sì, visto lo sguardo tutt’altro che romantico con il quale il regista cinese di Banchetto di nozze, ispirandosi al racconto di Annie Proulx, mette in scena la tosta vita del mandriano.
Intendiamoci, è dai tempi di Furia selvaggia di Arthur Penn, con il giovane Paul Newman, che il western si inchina alla psicanalisi freudiana, e negli anni la critica ha volentieri individuato torsioni omosex in classici dell’amicizia virile, da Ultima notte a Warlock, con Anthony Quinn perso dietro Henry Fonda, a Butch Cassidy, con la supercoppia Redford-Newman. Per non dire di Sam Shepard, che - sia da drammaturgo, sia da attore - ama atteggiarsi a vaccaro, intrecciando la tragedia greca (Pazzo d’amore di Altman) con la fuga esistenziale (Don’t come knocking di Wenders). O di Mel Brooks, che invece nel mitico Mezzogiorno e mezzo di fuoco si divertì a evocare, tra bivacchi, fagioli e scoregge sotto la luna, pulsioni gay piuttosto farsesche.
Nondimeno, Brokeback Mountain segna una rottura con la tradizione western, sia pure di un western contemporaneo, in mezzo alle auto e agli elettrodomestici, che prende le mosse da Gli spostati di Huston per arrivare a Hi-Lo Country di Frears. Qui i due cowboy si amano di un amore fisico travolgente e misterioso, che sopravvive alle distanze e al tempo, alla stanca routine dei rispettivi matrimoni. E, per favore, non parliamo di bisessualità. Entrambi, Ennis e Jack, non si sentono «froci»: infatti si sposano, mettono su famiglia, si dividono, tradiscono le mogli, senza mai trovare la forza di rivelarsi, oggi si direbbe di fare «coming out». Ma sarebbe un errore considerare Brokeback Mountain una sorta di manifesto country-gay, insomma la definitiva abdicazione del western, ormai praticato solo da Kevin Costner o in tv, alle pressioni di una presunta lobby. I mandriani di Ang Lee non sono la faccia seria dei Village People, bensì uomini normali, che indossano stivali, jeans, cappelloni e giacconi di lana perché quella è la loro tenuta da lavoro, nel Wyoming freddo e inospitale che pure sfodera panorami montani mozzafiato. Forse mai s’era vista al cinema, così impietosamente descritta, la vita quotidiana del moderno cowboy: dura, faticosa, tutt'altro che epica, sullo sfondo di un’America immiserita che sembra uscire da un’inquadratura dell’Ultimo spettacolo o da un romanzo di Cormac McCarthy.
Chiuso da una ballata di Willie Nelson, il film, lungo e qua e là appesantito da qualche sentimentalismo di troppo, si gusta come una tragedia americana, ma anche come una toccante love-story senza lieto fine, perché uno dei due muore malamente, mentre l’altro si ritrova solo, invecchiato, nella sgangherata casa sulle ruote, al cospetto di una vecchia camicia macchiata di sangue. C’è da augurarsi che la Bim faccia uscire il film anche in versione originale sottotitolata: perché le voci dei due attori, Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, dalla cadenza lenta e cantilenante, fanno tutt’uno con le stagioni del loro amore.