Appello ai milanesi: «Giardini di Palestro come Central Park»

La Olivares lancia un ente non profit con soci i cittadini: «Ritroviamo il parco»

Perdersi a Milano si può, anche se sei in pieno centro. «Entrare ai giardini di Palestro alle sette di sera è stato come sprofondare in un buco nero di estraneità. Mi sono chiesta: in quale città sono?» racconta un’appassionata Federica Olivares nella sede della sua casa editrice di via Borgogna. Con un po’ di fantasia (a lei non manca), dalle finestre insegue il platano di via Mascagni, duecento anni di fronde volute da Maria Teresa d’Austria. Come i giardini inventati dal Piermarini nei quali è entrata in bici e non si è più ritrovata. Poi le è venuto in mente Central Park e lo smarrimento è diventato progetto, masterplan e piano finanziario. L’idea è tesserare i milanesi volenterosi, renderli soci del Giardino ritrovato spa.
«Una volta i giardini di Palestro erano luogo di scoperta, avventura e socializzazione» rievoca Olivares, docente al master della Cattolica in Eventi culturali. Ai tempi dello zoo, i viaggi in Africa non erano moda, avvicinarsi a un leone, sentire l’odore di un elefante era esperienza vera di conoscenza dell’esotico, rimandava alle pagine di Sandokan e ai giri intorno al mondo di Verne. È stato il teatro delle grandi esposizioni di fine Ottocento, arte e tecnica si sono fuse in una prefigurazione del design. Il Museo di Storia naturale e il Planetario erano luoghi in cui si esprimeva la scienza del tempo. «Adesso è un’area verde che ha perso la consapevolezza della sua storia, da cui si è ritirata la popolazione e soprattutto la classe creativa. Sembra il luogo degli sperduti, cammini nella solitudine, tra joggers isolati nel proprio I-Pod, persone che si dedicano al fitness e bambini extracomunitari che giocano a pallone senza entrare in contatto con la città e nemmeno con il parco e i suoi musei».
Sarà per il grattacielo svizzero che rimane una certezza sentimentale prima che topografica, il pensiero è andato a Manhattan: «Central Park è un modello interessante. Negli anni Ottanta era un’area degradata, poi è stata affidata a un organismo privato non profit che l’ha preso in gestione insieme all’ufficio Parchi del Comune». Da allora sono stati raccolti 350 milioni di dollari. Oggi il fund raising mette insieme 20 milioni di dollari l’anno, oltre l’80 per cento grazie ai privati. Chi sottoscrive una tessera è tra i primi a essere invitato a iniziative, conferenze, incontri. Con venticinque dollari acquista identità sociale, diventa parte di un progetto. «Immagino un modello di gestione simile, in cui si elimina la cultura del mugugno, si smette di chiedere e si restituisce qualcosa di proprio».
Nei giardini ritrovati gli editori come la Olivares regaleranno libri da leggere ad alta voce in italiano e in inglese nei chioschi che guardano le lunghissime panchine del parco. «I volumi possono rimanere a disposizione di chi vuole consultarli ma prima è necessario renderli vivi. In ogni fascia oraria una storia diversa. Così anche gli extracomunitari che non conoscono Pinocchio possono recuperare i libri fondativi». Più che fondi servono generosità e voglia di mettersi a disposizione. L’unico investimento importante serve per ridare attualità ai giardini che da Piermarini a Balzaretto ad Alemagna sono sempre stati specchio del tempo. Per l’oggi Olivares pensa al «giardino in movimento» di Gilles Clément, paesaggista, botanico e scrittore: «Chiamerei i migliori professionisti europei, per un Comitato di salute pubblica senza dilettanti allo sbaraglio...».