Appello: cacciate il senatore amico dei boss

Di Girolamo si dimetta subito, se non lo fa i suoi colleghi (che già lo salvarono una volta) lo licenzino senza esitazione. Interviene anche Berlusconi: <strong><a href="/interni/silvio_scarica_di_girolamo_portato_uomini_an_non_lho_mai_conosciuto/27-02-2010/articolo-id=425342-page=0-comments=1">&quot;È un caso grave. Quel signore non so chi sia, è stato portato da An&quot;
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Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl (area ex An) eletto in Belgio nelle liste dei candidati all’estero, è protagonista della storia più imbarazzante, vergognosa, ridicola e drammatica al tempo stesso, di cui ci sia mai capitato di leggere e scrivere a proposito di un parlamentare della Repubblica. Siamo certi che lui non è l’unico malfattore che si sia seduto, e sieda, sui banchi del Parlamento. Ma anche a non fare gli schizzinosi, anche a essere garantisti duri e puri, c’è un limite al buon senso, ancor prima che all’ingiustizia, oltre il quale non si può e non si deve andare. In quel suo truffare elettori e colleghi eletti (non era residente all’estero, ha falsificato i documenti prima e le schede poi), in quel suo vendersi a mafiosi senza neppure il coraggio del mascalzone vero, in quel farsi trattare da cameriere dal boss di turno, c’è tutta la pochezza e l’indignità dell’uomo. Gli facciamo un appello: si dimetta, senatore, subito, provi almeno una volta nella vita che cosa vuol dire avere un sussulto di orgoglio e di rispetto per gli altri, in questo caso il Paese intero. Non sarà perdonato, ma disprezzato un po’ meno sì. Lo faccia prima che i suoi colleghi siano costretti a licenziarla e consegnarla a chi dovrà giustamente ammanettarla. Si prenda almeno questa responsabilità.
O almeno questo ci auguriamo, perché già una volta Di Girolamo venne salvato da una richiesta di arresto dal voto del Senato.

La notizia passò quasi inosservata. Era il settembre del 2008 e la giunta per l’immunità valutò il caso brogli elettorali che coinvolgevano il senatore. A noi sembrò la solita guerra di veleni e mezze verità nella lotta tra candidati eletti ed esclusi. Ben 204 senatori (Pd, Pdl e Lega al completo) respinsero l’assalto dei magistrati e si tennero il furbetto. Ovvio, cane non mangia cane, onorevole non ammazza onorevole perché non si sa mai. Oggi tocca a te, domani potrei essere io ad aver bisogno. Si chiama «casta», e ne conosciamo purtroppo bene logiche e omertà. In passato solo quattro volte venne dato il via libera agli arresti di un affiliato, si trattava di eletti conclamati assassini e stragisti. A leggere oggi quelle carte su Di Girolamo, unite a quelle nuove, c’è da rabbrividire. Andava consegnato senza esitazioni. E allora facciamo un secondo appello, questa volta ai senatori: non scherziamo, casta o non casta concedete l’autorizzazione all’arresto. Il Paese non sopporterebbe un nuovo affronto.