Appello al centrodestra: sotto i costi della Casta la nostra Italia crepa

I cittadini sono stufi di politici che chiedono sacrifici e buttano via i soldi. È ora che la maggioranza si dia da fare. Il centrodestra suoni l’allarme. Abbassi la cresta alla Casta e al suo
codazzo di cortigiani<br />

Chiunque osi fare due conti e concludere che i signori della Casta esagerano nel concedersi privilegi da mandarini, e nel­l’imporre sacrifici al popolazzo per paga­re le spese pubbliche, viene accusato di alimentare un sentimento di facile presa, l’antipolitica,e guarda­to come un nemico della democrazia, della quale i partiti sono perni insostituibili. Una volta chi critica­va il malcostume del Palazzo era invece tacciato di qualunquismo.

È evidente: in tanti anni, praticamen­te dalla nascita della Repubblica a oggi, sono cambia­te soltanto le parole per definire i censori del malco­stume, ma il malcostume è sempre lo stesso. Immuta­bile quanto l’indignazione che suscita. In questi giorni l’indignazione è montata e si è tra­sformata in rabbia. Se il Parlamento e il governo non rimediano, introducendo qualche correttivo, anche soltanto simbolico, giusto per dimostrare che hanno colto il malumore, il prossimo passo non sarà la rivo­luzione, troppo faticosa per i pacifici compatrioti, ma il disprezzo e la derisione. Deputati e senatori non saranno inseguiti da orde plebee armate di forco­ni solo perché i forconi non usano più, nemmeno in campagna, sennò sarebbe un guaio per gli onorevoli glutei.

Il clima che si va creando somiglia, con i dovuti di­stinguo, a quello d’inizio anni Novanta, quando la Prima Repubblica vacillava sotto i colpi di Mani puli­te. Ricordiamo come finì: Bettino Craxi fu scelto qua­le capro espiatorio - perché era uguale agli altri, ma un po’ più uguale - e tempestato di monete metalli­che, ovviamente di piccolo taglio. Riuscì a sottrarsi al linciaggio grazie alla polizia che,per sua fortuna,pre­sidiava l’albergo di Roma, il Raphaël, dal quale stava uscendo. Un episodio isolato, si dirà; ma significativo di uno stato d’animo esasperato, molto simile a quello di cui ora si notano le avvisaglie. Siamo consapevoli che la responsabilità di ciò non va ascritta all’attuale esecutivo. Se siamo giunti a questo punto è per motivi che risalgono a quarant’anni orsono, quando i governi abbandonarono la lesina e iniziarono a spendere denaro avuto in prestito, dato che le casse erano vuote, ma chissenefrega. Il motto era: qualche santo provvederà. I santi non provvidero. Cosicché il debito pubblico crebbe progressivamente sino a diventare, ora, insostenibile. Prima o poi doveva succedere di arrivare alla soglia della bancarotta. Che fare? O bere o annegare. Il gabinetto Berlusconi ha deciso: meglio bere; e noi siamo d’accordo. Peccato che l’amaro calice tocchi sorbirlo a tutti, tranne coloro che lo hanno riempito di veleno: i politici. E questo, abbiano pazienza i nostri rappresentanti eletti, è meno digeribile della cicuta.

Stupirsi che la gente sia furibonda è da stolti, vuol dire vivere su Marte, distanti migliaia di chilometri dal Paese reale. È vero. Tagliare il numero dei parlamentari è un’operazione che richiede la modifica della Costituzione ovvero anni. Ridurre le indennità di carica (gli stipendi) a senatori e deputati non risolverebbe il problema del disavanzo, trattandosi di poca cosa in confronto al buco di bilancio. Le auto blu talvolta sono necessarie e non si possono eliminare. Ma ciò che pretendono i cittadini è almeno un segno di buona volontà, un gesto emblematico. Risposta: scrollatine di spalle, sorrisi ironici, atteggiamenti arroganti. Il Giornale , come altri organi di stampa, ha condotto inchieste dopo inchieste sui costi della politica. L’ultima ha messo in evidenza sperperi colossali in vari settori. Possibile che il Palazzo chiuda gli occhi e gli orecchi davanti a un panorama che grida vendetta? Sulla nostra testa pendono cinque livelli di governo: il governo europeo, il governo nazionale, il governo regionale, il governo provinciale, il governo comunale. E tralasciamo per carità di patria di citare le circoscrizioni, le comunità montane e una miriade di enti superflui, dichiarati ufficialmente tali e mai soppressi. Oltre un milione di persone, direttamente o indirettamente, campano di politica. Alle quali va aggiunto un esercito di bu-rocrati, segretarie, autisti, uscieri e manutengoli d’ogni sorta.

Il nostro è l’unico Paese al mondo in cui si è ribaltato un principio basilare: non sono gli apparati a servire i cittadini, ma i cittadini a servire gli apparati. Per cui se ti presenti in un ufficio pubblico per una pratica, o ti comporti come Fantozzi e, con le dita intrecciate, supplichi l’impiegato di farti una grazia oppure rischi di ricevere un congruo numero di pesci in faccia. Occorrono mesi, anni per ottenere un permesso, una licenza, un timbro. Lentezza, farraginosità e inefficienza sono il frutto marcio di uno Stato che non investe: spreca. E nel momento in cui ci accorgiamo che il debito pubblico è causa della no-stra bocciatura internazionale, abbozziamo una manovra finanziaria all’insegna dell’improvvisazione che incide più nel portafogli dei cittadini che non sulla montagna di denaro indispensabile a tenere in piedi un gigantesco e sgangherato welfare.

Il centrodestra suoni l’allarme. Abbassi la cresta alla Casta e al suo codazzo di cortigiani prezzolati. Mostri vitalità e non lasci all’opposizione la possibilità di cavalcare argomenti inoppugnabili. Dopo di che, anziché adattarsi allo schema del bilancio storico, incontenibile per definizione, faccia ogni anno un budget proporzionato alle risorse disponibili, non un euro in più. Quale riferimento per fissare le cifre per ogni singola voce, basterebbe pigliare la Germania (o la Francia), attenendosi scrupolosamente al suo modello contabile. Altrimenti non c’è via d’uscita. Lo si è constatato anche ieri sulla scorta dell’andamento borsistico e dei nostri Bot. O si fanno interventi strutturali o si va a ramengo.