Appello a Ciampi di 50 senatori: «I pm delegittimano Bankitalia»

La Bce è preoccupata per le eventuali ripercussioni sul mercato unico europeo

Antonio Signorini

da Roma

Tutto rinviato, ufficialmente al prossimo consiglio dei ministri che si terrà mercoledì. Ma è possibile che per le decisioni si dovrà attendere la fine dell’estate; perché prima di affrontare di petto il caso Bankitalia il governo vuole aspettare fino a quando le acque non si saranno calmate. Quando, cioè, si sarà spenta l’eco dello stop della scalata della Banca popolare italiana su Antonveneta e, soprattutto, non si parlerà più delle telefonate tra Antonio Fazio e Gianpiero Fiorani. Comunque non più tardi di settembre.
Ieri per parlare della bufera che si è scatenata sulla Banca centrale e il suo governatore «non c’erano i tempi», ha spiegato il premier Silvio Berlusconi al termine del consiglio dei ministri. Era attesa una relazione del ministro dell’Economia che però è stata rinviata al prossimo consiglio dei ministri. Ieri, comunque, Domenico Siniscalco ha avuto modo di spiegare di nuovo ai colleghi quali sono le sue preoccupazioni, in particolare a proposito delle ripercussioni negative per il Paese nei mercati internazionali. Come ai tempi di Giulio Tremonti superministro, anche questa volta la posizione più dura nei confronti del governatore è proprio quella di via XX settembre. Siniscalco - riferiscono fonti del governo - avrebbe anche chiesto la convocazione del Comitato interministeriale per il credito e il risparmio, per dare un seguito alla precedente riunione del Cicr durante la quale il ministro aveva espresso dubbi sull’operato del governatore. Ma la convocazione è stata sconsigliata dal premier.
Nell’esecutivo non mancano posizioni più favorevoli al governatore come quella del ministro del Welfare Roberto Maroni che ieri ha spiegato come anche al prossimo consiglio dei ministri non ci sarà nessun «processo politico» perché la relazione di Siniscalco, più che su Fazio, sarà incentrata sulla tutela del risparmio. Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, ha difeso l’istituzione denunciando «la disinvoltura con la quale un circuito mediatico-giudiziario, peraltro non nuovo alle cronache del nostro Paese, mira a delegittimare anche quella fondamentale istituzione che è la Banca d'Italia». Pesa anche la posizione dei molti parlamentari di maggioranza schierati a fianco del governatore e che non intendono abbandonare il fronte pro Banca d’Italia proprio ora. Il serrate le fila dei «fazisti» è iniziato ieri al Senato con una lettera-appello firmata da una cinquantina di senatori della Casa delle Libertà e indirizzata al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Al Capo dello Stato il gruppo di senatori (dove figurano Luigi Grillo, Ivo Tarolli e i relatori al disegno di legge sul risparmio, Eufemi e Semeraro) chiede di adoperarsi «affinché si risparmi al Paese il gravissimo nocumento di un attacco sconsiderato che, prima ancora di infangare un tecnico della moneta e del credito i cui meriti le sono ben noti, rischia di estendere alla Repubblica l’onta di un regime del sospetto e del ricatto». I senatori della Cdl stigmatizzano «l’improprio e sistematico ricorso alla violazione del segreto istruttorio sulle indagini penali aperte dalle Procure» e lamentano «la gravissima ondata di delegittimazione del prestigio e dell’autorità della Banca d’Italia».
Anche ieri dalla presidenza della Repubblica non sono arrivate prese di posizione su Fazio. Ma è noto che, così come nel governo, anche al Quirinale c’è preoccupazione per le ripercussioni internazionali dello scandalo, ma anche attenzione a non danneggiare l’istituzione.
Fazio - secondo quanto riferito dai suoi collaboratori e dal senatore azzurro Grillo che ieri si è intrattenuto a pranzo con il governatore - è tranquillo. L’ipotesi delle dimissioni resta lontanissima. «Non ci ha mai pensato», ripetono coloro che lo conoscono bene e gli sono più vicini. Quella andata in scena in questi giorni, insomma, per l’entourage di Fazio, è solo un’altra bufera che palazzo Koch supererà. Quello che è certo è che, se non provocherà le immediate dimissioni di Fazio, il caso Antonveneta riaprirà il dibattito sulla riforma del risparmio. Un gruppo di senatori - ha riferito il sottosegretario all’Economia Maria Teresa Armosino - potrebbe ad esempio presentare un emendamento per reintrodurre la fine del mandato a vita per il governatore. Ma anche di questo se ne riparlerà a settembre.