Appello I laici dovrebbero amare di più l’uomo

La morte di Eluana impone, in tempi più rapidi possibili, una disciplina legislativa che difende la vita dall’accanimento terapeutico ma anche da una concezione che avanza nella società di oggi e che passa per modernità, quella della buona morte quando la vita non risponde più ai canoni della tollerabilità. Abbiamo ascoltato in questi giorni cose terribili come ad esempio citare il diritto di morire. Pensateci bene e vedrete quale abisso si aprirebbe davanti a voi se quel diritto si convalidasse. Se davvero il valore della vita fosse legato intimamente al buon vivere, quante vite non sarebbero degne di essere vissute. Chi parla così sconsideratamente ha mai visto un ragazzino tetraspastico che ad ogni piccolo movimento è scosso da tremori squassanti o un ammalato di Alzheimer o altri affetti da malattie fortemente invalidanti? Se quel criterio del buon vivere dovesse, passo dopo passo, lentamente affermarsi come la fonte di un nuovo diritto, quello di morire, quanti ammalati dovremmo sopprimere? Non sembri un’iperbole. Quando si inizia a camminare su un sentiero scosceso come quello delle malattie gravemente invalidanti il passo falso è dietro l’angolo e facilmente si precipita in quel burrone dell’eugenetica ancora impressa nella memoria di milioni di cittadini europei. Sappiamo bene di essere senza risposta se ci si chiede perché qualcuno deve soffrire una vita intera, ma questo è il mistero del dolore dell’uomo, questione aperta anche nelle grandi religioni monoteiste e in particolare in quella cattolica il cui asse portante è l’amore. Il dolore è un compagno di viaggio dell’uomo sin dalla sua origine e se ci domandiamo il perché di questa condanna l’unica risposta che abbiamo noi credenti è la fede, quella fede che lenisce e sostiene il cuore di chi soffre e dispensa a ciascuno la buona speranza. E chi non crede, chi non ha la fede come risposta in quale maniera si deve comportare dinanzi a una vita squassata dalla malattia e resa drammaticamente difficile? Questa domanda, però, la vorremmo fare noi da cattolici ai non credenti per conoscere davvero se la loro risposta possa essere quella della cultura della morte. Fosse anche per esclusione per l’orrore di una morte procurata in serie, la vita conserva pur sempre un suo valore inestinguibile perché anche chi è gravemente invalido conosce il calore di una carezza, la tenerezza di un amore, l’emozione di una lettura o di un film, la speranza di un sogno. Anche quella è vita. L’affanno quotidiano che ci affligge e che ci fa bulimici di ogni cosa non ci fa spesso apprezzare il valore di un gesto o il lampo di uno sguardo. Raccontammo nel nostro ultimo libro un episodio che ci colpì e che ci fece vergognare del nostro dolore in attesa di un trapianto che sembrava non arrivasse mai. Quella vergogna la sentimmo quando in un telegiornale vedemmo un ragazzino di circa 10 anni sulla sedia a rotelle e collegato a bombole di ossigeno guardare, per la prima volta nella sua vita, il mare. Nel mirare quelle onde frangersi sugli scogli vedemmo passare in quegli occhi malinconici un lampo di gioia e un sorriso gioioso. E ci vergognammo del nostro dolore. Ecco cosa anche può essere la vita. Nessuno si adonti se diciamo che forse i laici dovrebbero amare di più l’uomo in tutte le sue espressioni e in tutti i suoi sentimenti perché il valore della vita prima di essere un valore religioso è un valore umano che va onorato e difeso in ogni momento. Questo è argomento di estrema delicatezza e se viene messo in mani sprovvedute o ciniche può legittimare comportamenti individuali o collettivi che la storia ha già abbondantemente condannato. E se, invece, la risposta umana, non religiosa, alle vite sofferenti e invalidanti fosse quella dell’amore e di quell’amore anche lo Stato, con la sua forza e i suoi strumenti, se ne facesse carico, non sarebbe questo un sentiero da percorrere tutti insieme? Pensiamoci tutti senza farci tentare dal demone della rissa e della contrapposizione pregiudiziale.
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