Appello «L’importanza di salvaguardare la lingua dei padri»

di Franco Bampi*

Caro Massimiliano, leggo, nel tuo «commento» di domenica 14 agosto, che torni su un punto che ti è caro: l'identità delle comunità. E sai che il tema è caro anche a me.
Tu parli di due comunità, quella di Carloforte e di Calasetta, che insegnano al mondo (e non credo di esagerare) come si possa mantenere viva la propria tradizione storico culturale ed essere, nel contempo, uomini e donne del ventunesimo secolo.
La chiave di volta di questo loro insegnamento è l'uso costante, nella comunità, della lingua dei padri: il tabarkino, che è il genovese di Pegli del Settecento, arricchito da qualche «sardismo» (babbu, per padre, o Càgge, per Cagliari).
Per questo non si addice a loro il chiaro monito che il poeta siciliano Ignazio Buttitta ci ha consegnato nella sua celebre poesia «Lingua e dialettu»: «Un populu / diventa poviru e servu / quannu ci arribbanu a lingua / addutata di patri: / è persu pi sempri».
Ecco perché, come tu sottolinei, l'identità di una comunità non è disgiunta dalla lingua di quella comunità. La lingua e l'inflessione (quello che noi genovesi chiamiamo, con parola latina, còcina) è il nostro primo e importante biglietto da visita con i «foresti»: quando mi dicono che «si sente» che sono genovese, beh, io mi inorgoglisco... Potenza della lingua!
Proprio per questo non c'è una parlata meglio di un'altra: io, che so parlare e parlo il genovese di Genova centro, amo la parlata tabarkina, di Sanremo o della Fontanabuona, per citarne alcune, che pure non so usare.
Ognuno deve parlare la lingua che parlavano i suoi padri. Ma deve farlo!
Vedi, caro Massimiliano, qui a Genova, e voglio proprio parlare di Genova città, ci sono decine di migliaia di persone che sanno parlare il genovese, spesso quello del loro quartiere: il problema è che quasi sempre si astengono dal farlo!
Ecco perché ho deciso di mettermi in gioco e di metterci la faccia cantando e suonando, io che cantante e suonatore non sono, i Beatles in genovese.
E questo è il mio appello, l'appello di sempre, scritto e gridato: parliamola questa nostra lingua, questo nostro dialetto, parliamolo tra di noi, coi figli, coi nipoti.
Come era nei tempi andati, la sapienza popolana ritorna ai nonni, oggi depositari di una parlata viva e verace che attende solo di essere ripresa dai giovani nipoti: un tesoro ancora disponibile per la gioventù del ventunesimo secolo che voglia riappropriarsi delle proprie radici per non essere «persu pi sempri».
*Presidente de «A Compagna»