Appello di Maroni «Anche Veltroni in piazza con noi»

L’ex ministro del Lavoro: «Il 20 ottobre sia la giornata del riscatto di tutti i riformisti, in onore di Biagi»

da Roma

La manifestazione promossa da Giuliano Cazzola in difesa della legge Biagi è un «risarcimento morale» che si deve alla memoria del giuslavorista assassinato dalle Br. E anche Walter Veltroni dovrebbe aderire, almeno per fare «chiarezza». A sostenerlo è Roberto Maroni, responsabile del ministero del Lavoro quando la riforma fu approvata. Il 20 ottobre, il capogruppo alla Camera della Lega Nord vorrebbe vedere anche le categorie che firmarono il Patto per l’Italia. «Mi auguro che non sia solo un convegno di esperti. Vorrei fosse una cosa politica, diversa dai cortei pieni di urla e insulti della sinistra radicale, ma altrettanto forte. Perché dobbiamo rendere onore a Marco Biagi, troppe volte insultato, ultimi casi quello di Beppe Grillo con le sue farneticazioni, e quello di Francesco Caruso.
Non rischia di diventare solo una manifestazione del centrodestra?
«No, una giornata del riscatto e dell’orgoglio non del centrodestra, ma di tutti i riformisti, nel nome di Biagi».
La risposta di parte dei riformisti della sinistra è che loro la battaglia la faranno in Parlamento...
«Troppo comodo e un po’ ambiguo perché di fronte a un attacco così violento alla democrazia non ci si può limitare alle Camere. Quando c’è qualcuno che dà dell’assassino a qualcun altro solo perché ha fatto una legge, si deve dimostrare senza ambiguità se si è per la democrazia o per la violenza degli assassini. Troppo comodo nascondersi nelle Aule».
Walter Veltroni è uno dei pochi nel centrosinistra ad avere riconosciuto i meriti di Biagi. Lo inviterebbe?
«Per la verità sono giorni che non si sente. Non so se è partito per le vacanze. Forse il caldo, l’eccesso di responsabilità, il momento particolare che richiederebbe una parola chiara. Non lo so. Se è davvero un riformatore kennediano come dice, questo sarebbe un gesto di chiarezza. Comunque io non mi voglio sostituire a Cazzola e agli altri organizzatori. E in ogni caso dubito che questi della sinistra verranno».
Se non è mai stata fatta una manifestazione a favore della legge Biagi è perché nel Paese prevale l’idea che sia la causa della precarietà. Lei è il ministro che l’ha varata, non pensa ci sia stato un problema di comunicazione?
«Certo che c’è stato un problema di comunicazione, ma noi siamo stati sopraffatti dalla demagogia. Penso all’intervista di Enzo Biagi a Sergio Cofferati. Con l’allora segretario della Cgil che sparava a zero contro la nostra riforma e il giornalista che lo guardava adorante. Io, ministro, chiesi di poter replicare e mi si rispose che non si poteva perché l’argomento non era più di attualità. Da lì si è sviluppato un tam tam nelle fabbriche e nei posti di lavoro impossibile da fermare. È stato creato un capro espiatorio mediatico. Un meccanismo di fronte al quale anche oggi serve a poco dimostrare che la Biagi ha fatto diminuire la disoccupazione. Guardi che noi avemmo enormi difficoltà anche a farla approvare dal centrodestra questa riforma. C’erano pressioni pazzesche anche nella Cdl».
Chi altro vorrebbe vedere alla manifestazione?
«Le categorie che hanno aderito al Patto per l’Italia e a quello sulla previdenza integrativa. Una cosa forte come il tax day. Con gli industriali e i commercianti, compresi quelli di sinistra della Confesercenti».
E i sindacati?
«Certo, Cisl e Uil. Non la Cgil, che è in preda a una strana sindrome. Quando eravamo al governo non firmava accordi che condivideva. Ci diceva: “tutto bene ma non firmiamo”. Oggi invece sigla accordi che non condivide. Pazzesco».
Confindustria auspica che il protocollo sul welfare sia votato dal centrodestra. Voi siete d’accordo?
«Potremmo. Dipende. Se il ministro del Lavoro Cesare Damiano confermasse questa marcia indietro con la cancellazione dello staff leasing e il Job on call farebbe un errore grave. Ma se con questo protocollo si chiudesse definitivamente la partita tutta ideologica sulla legge Biagi, noi potremmo sostenerlo. Altrimenti se la votino loro».