Appello alla sinistra riformista

Sandro Bondi *

La politica è confronto, progetto e tensione etica. So che molti uomini della sinistra riformista la pensano così. La sostanza del riformismo politico non può evidentemente che muoversi all’interno di questa cifra metodologica. L’alternanza non può essere ridotta ad un desiderio di potere perseguito al di fuori di un confronto serio ed articolato su cinque anni di governo della Casa delle Libertà. Chi vuole, legittimamente, andare al governo sostituendo il centrodestra, non può non confrontarsi onestamente con l’azione modernizzatrice del governo di centrodestra. Non si può sfuggire da questa necessità politica prima ancora che intellettuale. Allora, perché questo confronto non emerge? O, perlomeno, stenta a prendere corpo e forma? Perché i riformisti e i liberali che si trovano anche nel campo dell’opposizione non parlano la lingua politica del confronto nel merito delle riforme del governo di centrodestra? È sempre più difficile infatti negare, sic et simpliciter, che questo governo abbia avuto effettivamente una portata modernizzatrice, come dimostrano le ricerche condotte da istituti di ricerca indipendenti quali l’università di Siena e il Mulino. Non sono vere riforme la riforma del mercato del lavoro? Non è una riforma importante quella delle pensioni? E quella concernente il diritto societario, come quella della scuola e dell’università, che ha mietuto consensi, e di non poco conto, da uomini come Reichlin e Schiavone?
Oggi tutti voi riformisti della sinistra dite le stesse cose che diciamo noi, mutando ben poco anche nell’accento e nel linguaggio. Tutti voi sapete bene che, senza la crescita economica, le riforme non si possono fare. E sapete altrettanto bene che un economista come Rossi, un politico di livello come Bersani, un liberista serio come Debenedetti, all’unisono chiedono una sola cosa alla politica: meno ingerenza per favorire lo sviluppo e la crescita. Ebbene, in questo quadro complessivamente riformista o riformatore, se preferite, il metodo essenziale si chiama confronto e rigoroso contraddittorio, concreto, denso di proposte alternative.
La sinistra ha fino ad oggi perso molte occasioni storiche. Voi lo sapete bene e le vostre battaglie hanno spesso risentito di questi ritardi, che hanno pesato non solo sulla nascita di una sinistra riformista di governo ma perfino sul consolidamento del nostro attuale bipolarismo. Ma non è certo casuale il fatto che i migliori pensatori politici e scienziati della politica di orientamento riformista e legati alla sinistra per così dire «storica», uno fra i tanti, e molto brillante, Gianfranco Pasquino, abbiano posto l’accento sui ritardi culturali della sinistra, anche quando veniva sbandierato il «riformismo». Pasquino, in un eccellente saggio del 1987 esprimeva un orientamento politico riformatore che poi, noi riformisti liberali, abbiamo realizzato, almeno in parte. Questo il pensiero di Pasquino: «Rispetto agli slogans più diffusi attualmente in circolazione in Italia, è necessario che la sinistra si faccia portatrice di un programma che anzitutto sottolinei che in Italia abbiamo oggi un cattivo Stato e un cattivo mercato; che il problema non è tanto di mutare gli equilibri instabili fra Stato e mercato, quanto di migliorare le prestazioni dello Stato e del mercato, vale a dire che lo slogan vincente è «uno Stato migliore per un mercato migliore». Se è giusto rilevare che i sistemi politici contemporanei sono caratterizzati da una considerevole interpenetrazione fra la sfera dello Stato e quella del mercato, è altrettanto giusto sottolineare che funzionano meglio quei mercati nei sistemi politici in cui lo Stato funziona bene». Sembra proprio la filosofia e l’azione pratica del governo Berlusconi che si è occupato, nel medesimo tempo, di riformare la pubblica amministrazione e il mercato del lavoro, incluso il sistema pensionistico. E il welfare è sempre più legato ai cicli di vita. Questa «scoperta» fu, a suo tempo, fatta da Amato, quando analizzava il welfare statunitense, con il suo peso redistributivo e le sue issues interne, legate alla crisi del keynesismo dogmatico, cioè al deficit spending. Questioni che, con le nostre riforme e la nostra visione modernizzatrice, abbiamo cercato di affrontare, alla radice, pur tra mille difficoltà, con un debito pubblico elevato e un’Europa che ancora non vuol saperne di auto-riformarsi in direzione della crescita. Il governo Berlusconi in questi anni difficili ha provato a farlo riducendo le spese e creando, attraverso la riduzione fiscale, uno spazio di attrazione della crescita economica. Anche la devolution è stata concepita come un’alleata di questo modello di sviluppo, non più keynesiano e nemmeno thatcheriano, bensì di economia sociale di mercato.
Berlusconi ha incarnato una politica liberale con un forte accento laburista. Qualcuno lo accusa di essere stato poco liberale o liberista, e una certa sinistra gli rimprovera nello stesso tempo disinteresse per le politiche sociali. Ciò che però l’opposizione non può fare, se intende essere davvero credibile come forza di governo, è negare la realtà e non riconoscere che Berlusconi ha realmente iniziato e compiuto una parte del percorso riformatore di cui l’Italia ha bisogno. La verità è rivoluzionaria, e una sinistra riformista può nascere solo se è capace di confrontarsi e di delineare un progetto all’altezza di quello che Berlusconi ha rappresentato in questi ultimi dieci anni. Altrimenti la prossima legislatura, non importa con quale legge elettorale, sarà la legislatura del fallimento. Non della destra o della sinistra ma dell’Italia.
*coordinatore nazionale Forza Italia