Appello alla Tv: non trascuri i documentari

Sono veramente documentari amari per Prodi. Questo infatti sarà l’anno del documentario, dicono gli esperti. Se così non fosse però, la strategia di occupazione di tv e media del governo Prodi avrebbe un nuovo problema da affrontare. In tutto il mondo il «cinema del reale» è l’asse portante delle nuove strategie televisive. In tutto il mondo tranne che in Italia. I segnali di irritazione del settore sono numerosi. Da domani a sabato, l’associazione dei documentaristi italiani indipendenti Doc. it, presieduta da Alessandro Signetto, sarà a Bologna per la nuova edizione degli Stati generali del documentario. Invitato d’eccezione: il ministro Gentiloni. «Abbiamo spedito, insieme con l'invito per Bologna, un documento oggettivamente "forte", scritto non per caso, ma per aprire una seria piattaforma di trattative - spiega Signetto -. Il punto è che queste trattative ci devono essere: su questo non transigeremo, nella convinzione che il nuovo corso in tv non deve restare solo sulla carta». L’incontro di Bologna, ha scritto Signetto, è «fortemente teso a perfezionare la ricerca di nuovi rapporti operativi con un soggetto istituzionale che negli altri stati europei costituisce uno dei principali partner della produzione audiovisiva indipendente: le Regioni».
In Francia, si legge nei documenti preparati da Doc.it , nel 2005 le regioni e le collettività locali hanno fornito complessivamente un sostegno di 44,19 milioni di euro all’industria audiovisiva nazionale; in particolare sono stati sostenuti 554 documentari con un finanziamento complessivo di 8,45 milioni di euro. Cifre neanche lontanamente paragonabili alla situazione italiana, sospira Signetto. «Il paragone con la Francia però non è possibile - spiegano i dirigenti governativi che si occupano di finanziamenti pubblici al cinema -. I fondi pubblici stanziati dallo Stato francese sono decisamente più alti che in Italia e questo provoca ricadute positive in tutti i comparti, anche quello del documentario». Al di là delle cifre, il problema però è culturale. Come nel documentario di Daniele Vicari Il mio paese prodotto da Gregorio Paonessa della Vivofilm e che è stato Evento Speciale al recente festival di Venezia. Nelle immagini irregolari e asciutte di Vicari, in luoghi simbolo come Gela, Termini Imerese, Melfi, l’Enea di Roma, Prato e Porto Marghera, c’è il desiderio (e il progetto) di una nuova televisione. Vicari si è messo sulle tracce di un vecchio documentario del maestro Joris Ivens, L’Italia non è un paese povero, fortemente voluto dal presidente dell’Eni Enrico Mattei nel 1959 ma mai andato in onda. Vicari, con una regia nervosa e densa di improvvisi sussulti, ci svela un paese che non ci racconta più nessuno. Un paese che non ha diritto di cittadinanza in tv. «Il documentario - spiega Fabrizio Grosoli, uno dei produttori del film di Vicari - è un cinema in opposizione e reazione all’attuale saturazione del visibile, al mito contemporaneo dell’interattività prevista dalla tv (si pensi alle serie reality, o a certe docu-soap, esattamente agli antipodi del documentario) e dai videogiochi, falsa (o farsesca) promessa di onnipotenza dello spettatore». Doc.it insiste e da Bologna chiederà aiuto alla televisione italiana per rilanciare il settore. È paradossale, verrebbe da dire. È la televisione, infatti, che ha bisogno dei documentaristi italiani per riconquistare il proprio contatto con il paese. Un contatto che, dopo l’estate superflua di Capalbio e dintorni, sembra sempre più difficile per il nuovo governo.