Appena al governo una manovra choc

Nelle moderne economie industrializzate e di mercato i governi non sono né onnipotenti né totalmente impotenti: contano, più dei governi, le buone regole. Contano, più dei governi, la stabilità, la continuità, la coerenza, il rispetto delle regole e dei corretti principi di finanza pubblica. Contano, più dei governi, gli agenti economici: famiglie, imprese, investitori. Contano, più dei governi, le istituzioni che governano l’economia, la loro autonomia, la loro credibilità.
Nessun governo in un’economia di mercato può, né nel breve né nel medio periodo, modificare i trend in atto. Può, invece, fare confusione, aumentando i costi delle transazioni, aumentando l’incertezza. Di converso, prerogative dei governi, di tutti i governi, sono quelle di cambiare le regole e vederne gli effetti nel medio e lungo periodo; accompagnare con misure di politica economica di breve, medio e lungo termine gli andamenti tendenziali; controllare nel breve, medio e lungo termine gli andamenti della spesa pubblica; individuare e determinare nel breve, medio e lungo periodo gli andamenti degli investimenti; fare riforme.
Ne deriva che gli andamenti congiunturali delle principali macro variabili economiche di un sistema sono il prodotto di variabili strutturali e regolative, in gran parte esogene agli ambiti di controllo dei singoli governi nazionali e, quindi, in gran parte estranee alle loro possibilità di modifica. Ne deriva, anche, che gli andamenti di finanza pubblica, occupazione, inflazione, consumi, investimenti sono tutti determinati dai comportamenti di politica economica degli anni precedenti, dagli andamenti congiunturali interni ed internazionali passati, dalle aspettative che si sono sedimentate nel tempo, dagli operatori economici: famiglie, imprese, investitori.
Sono tutti valori determinati nel medio-lungo periodo, per cui è assolutamente folle, peggio ridicolo, per qualsiasi governo, attribuirsi i meriti di un andamento congiunturale positivo a pochi mesi dal suo insediamento, come invece ha tentato di farci credere Prodi e il suo governo, vantando un risanamento dei conti pubblici a fronte di un disastro, mai certificato dagli organismi internazionali, che affermano falsamente di aver trovato.
L’altra colpa di Prodi e Padoa-Schioppa è stata, inoltre, quella di aver malamente sprecato la favorevole congiuntura economica del biennio 2006-2007, caratterizzato da tassi di crescita del Pil all’1,9%. E, ancora, vittime delle loro stesse bugie sulla situazione dei conti pubblici del nostro Paese, Prodi e Padoa-Schioppa hanno aumentato la pressione fiscale fino (e forse oltre) ai livelli record del 1997 (l’anno della tassa per l’Europa); hanno sprecato i tesoretti, sperperando risorse senza una ben che minima strategia di politica economica di medio-lungo periodo credibile, ma al solo fine di tenere unita una maggioranza politica che ora non c’è più, ma che, a guardar bene, non è mai esistita; non hanno ridotto la spesa pubblica corrente, che anzi è anch’essa stabile su livelli record. In definitiva, vista la possibilità offerta dalla congiuntura economica, non hanno migliorato strutturalmente né deficit pubblico (che rimane al di sopra del 2% del Pil), né debito pubblico (105% del Pil). Si poteva, invece, raggiungere già nel 2007/2008 il pareggio di bilancio, come del resto è avvenuto in Germania, destinando il surplus generato dal gettito fiscale, tutto per la riduzione del deficit di bilancio.
Cos’ha fatto, dunque, il governo Prodi in questi 20 mesi? Ha galleggiato, sprecando un'occasione storica per arrivare al pareggio di bilancio, per portare sotto al 100% del Pil il debito pubblico e per mettere veramente sotto controllo la spesa corrente e per questa via rilanciare il volano dei consumi e degli investimenti. Galleggiando e vivendo alla giornata il governo Prodi ha condannato l’Italia al declino, declino che si può misurare, in maniera molto semplice, dalla distanza di crescita che divide l’Italia dagli altri Paesi dell’area euro.
Qualunque governo uscirà dalle urne dopo le elezioni di aprile dovrà porsi questo quesito. Se sia possibile una manovra shock di venti mesi, esattamente i venti mesi sprecati da Prodi, per arrivare a fine 2009 al pareggio di bilancio, per portare sotto il 100% del Pil il debito, per ridurre di almeno 2 punti la pressione fiscale, con un taglio parallelo della spesa pubblica corrente, il tutto per aumentare consumi e investimenti e contrastare il declino raggiungendo i livelli di crescita della media europea.
Una simile manovra shock sarebbe di forte credibilità nei confronti dei mercati e dell’Unione europea e darebbe credibilità non solo al nuovo esecutivo, ma all'intera classe politica italiana. Bel tema per un’intesa bipartisan dopo le elezioni.
Renato Brunetta