Gli applausi dei registi al «Nuovo Cinema Bondi»

RomaCome in tutte le famiglie italiane, dove si litiga ma poi si trova un accordo per il bene della pace domestica e, soprattutto, della prosperità familiare, il cinema di questa battagliata fine d’anno è sottosopra, ha i cassetti vuoti, però spera di rimettersi in piedi e in marcia. Capito che l’era delle vacche grasse è finita e che la severa crisi internazionale ha inferto il colpo di grazia agli aiuti di Stato, il sistema vuol smettere di «fare brutti film autoreferenziali», per dirla con Riccardo Tozzi, presidente dell’Anica e produttore di suo (Cattleya), pronto ad ammettere un scollamento tra industria e spettatori. «Per noi autori si impone la riflessione, anche a causa del successo delle serie tv, che sono fatte molto bene. Prima di tutto, noi registi dobbiamo fare bei film, senza farci condizionare. Ma neppure senza dimenticarci del pubblico», osserva la regista Francesca Comencini,alla quale non è andata male, con Lo spazio bianco, film d’autrice dagli incassi soddisfacenti. Tuttavia, «i numeri sono numeri», prosegue la Comencini, che in un certo senso viene al discorso impostato dal ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, che dalle pagine di questo giornale ha annunciato: «Stop ai soldi a pioggia, vanno finanziate solo opere prime o seconde. I grandi cineasti trovino sul mercato le risorse, noi li aiuteremo con tagli alle tasse».
Un punto fermo bisognava metterlo, dopo le polemiche tra Bondi e Cinelandia, innescate sul Colle (alla Giornata dello spettacolo, il ministro definì gli artisti «dediti al servaggio», riferendosi al loro dipendere dalle sovvenzioni statali). Ora quel Vallo di Adriano, che finora ha diviso chi opera nella settima arte da chi è chiamato a incanalarne le forze, potrebbe colmarsi. Finanziare le opere prime e seconde, badando al merito dei più giovani, diventa un cavallo di Troia, per penetrare nella diffidente cittadella dei cinematografari, costringendoli a passare all’attacco, a difendersi, con idee nuove, dal sospetto d’un lucido parassitismo.
«Sono contenta che si finanzino le opere prime e seconde. Se il cinema riuscisse a finanziarsi parzialmente da solo, sarebbe l’ideale. Ma perché non ripristinare la tassa di scopo? Se ne parla da anni, poi cambiano i ministri e i problemi si rimandano», osserva Donatella Botti, che vanta esperienze produttive sia con Rai Cinema sia con Medusa e che oggi presenta il film L’uomo nero di Sergio Rubini, sponsorizzato dalla Apulia Film Commission e fruitore del finanziamento statale (1 milione e 4). Anche Riccardo Tozzi si allinea con ottimismo sul fronte Maginot bondiano. «La direzione del ministro è la stessa dell’Anica. Bisogna creare un Centro nazionale del cinema, con misure di tipo fiscale, come la tassa di scopo. Purtroppo la destra non ha valorizzato abbastanza la Legge Urbani, che evitava il finanziamento a pioggia, ormai inesistente. Finanziarsi sul mercato? È giusto», afferma Tozzi, che conosce bene il settore, condividendo con la moglie regista, Cristina Comencini, le difficoltà della filiera creativa.
Più puntuto, ma d’accordo con la dichiarazione d’intenti ministeriale, il produttore Angelo Barbagallo (ex socio di Nanni Moretti) esordisce con una provocazione. «Il ministro dovrebbe dire se ritiene che il cinema faccia parte dell’identità culturale del Paese. Comunque il sistema selettivo degli incentivi funziona: è il mercato, a essere senza regole», dice il manager, che ha prodotto Copia conforme di Abbas Kiarostami (con la Binoche) pure col contributo della Toscana Film Commission. «Sono perfettamente d’accordo con Bondi. Se un regista, dopo l’opera prima e seconda, non ha trovato la sua strada, non dev’essere più assistito dallo Stato. Io sono... un’opera prima del ministero!», puntualizza da Torino (dov’è per le sue locations) Fausto Brizzi , il regista romano che ha esordito nel 2006 con Notte prima degli esami, restituendo (con gli interessi) i soldi incassati dallo Stato e segnalandosi come talento (girerà, in contemporanea, le commedie Maschi contro femmine e Femmine contro maschi, sponsorizzate dalla Torino Film Commission).
Tuttavia Giancarlo Giannini, solida pantera grigia del nostro star system, per quanto amico di Bondi, non si unisce al peana antisprechi, anzi. «Ma qua si riesuma il vecchio articolo 28, un disastro per gli esordienti, fregati dai produttori! Bene il tax shelter, male finanziare opere prime e seconde soltanto. E tutti gli altri? Non si fa prima a dire che non ci sono i soldi?». È amaro Pasqualino Settebellezze: non riesce a finire il suo film (finanziato dallo Stato).