Applausi per i malinconici «Stivaletti» di Cajkovskij

Sul podio il norvegese Arild Remmereit, didascalica la regia di Yuri Alexandrov, bene la compagnia di canto

Piera Anna Franini

da Milano

L’idea, o meglio, la figura portante è quella di un uovo: grande, piccolo, calato dall’alto o sorto dalla terra, finemente decorato o d’essenzialità spartana. Uovo che è il vero e proprio tema visivo di questo titolo importato dal teatro di Cagliari che inserì Gli Stivaletti nel cartellone di cinque anni fa, in piena epoca Meli.
Gli Stivaletti, ottava opera di Cajkovskij, lunedì hanno raggiunto Milano riaccendendo in casa Scala interessi e discorsi una volta tanto musicali. Ribadito il successo del 2000 sebbene a raggiungere il podio non sia stato l’artefice delle meraviglie cagliaritane, il direttore-leggenda Gennadi Rozhdestvensky e neppure l’atteso Mstislav Rostropovich che con questa assenza - debitamente giustificata: i classici motivi personali - finisce nel ricco catalogo 2005 dei forfait scaligeri.
Le consegne sono passate al norvegese Arild Remmereit, direttore che sta incidendo il nome nella storia scaligera a suon di sostituzioni, non proprio grazie a esecuzioni memorabili. Peccato, perché Gli stivaletti sono godibili, in bilico tra magia e comicità, un piacevole smarrirsi nei sogni e nelle fantasticherie. Trovi la bella melodia cajkovskijana, lunga lunga e suadente, morbida, d’una dolcezza che rasenta le corde della malinconia. Trovi l’eleganza delle tinte francesi. Ci sono continui richiami al folclore russo, fra danze popolari e Canti di Natale che fanno degli Stivaletti un dichiarato omaggio al Ruslan e Ludmilla di Glinka.
Buona la compagnia di cantanti con punte in Irina Makarova, nei panni di una gustosa Solocha, e Albert Schagidullin, il diavolo Bes. Espressiva la Oksana di Irina Lungu ma un po’ monocorde il Vakula di Vsevolod Grivnov. Sul palcoscenico, un generale tripudio di colori: accesi, talvolta troppo, prediletto il rosso indiavolato, ma anche il blu notturnistico e fiabesco. Costumi (di Vjaceslav Okunev) del folclore ucraino e da favola, in tutti i sensi, un piacere visivo. Festa di colori elevata alla potenza quando entrano in gioco le masse, le masse care ai russi pur con passaporto per l’Europa, come nel caso di Cajkovskij.
La regia era di Yuri Alexandrov, una regia fondamentalmente didascalica con trovate ma anche cadute: non proprio geniale la scelta di porre in alcuni momenti diavolo e strega svolazzanti per l’aria. L’uovo ostentato da motivo conduttore rischia di decadere in tormentone.